Riflessioni teologiche – 19. Il post-teismo di John Shelby Spong (parte 4)

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Tra i principali esponenti del post-teismo, il vescovo episcopaliano statunitense John Shelby Spong sostiene la necessità di una profonda riforma del cristianesimo, a partire dal modo stesso di intendere Dio. La sua proposta è stata sintetizzata nella formulazione e nel commento a 12 tesi riguardanti i principali contenuti dogmatici del cristianesimo che – sostiene Spong – andrebbero sottoposti a un radicale ripensamento. (Parte 4)


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La difficoltà sottolineata da Spong nel ricercare un modo non teistico di utilizzare e definire la parola “Dio” dipende anzitutto dalla tensione non eliminabile tra due elementi entrambi necessari: da una parte il fatto che ogni possibile tentativo di definizione ha a disposizione soltanto il linguaggio limitato e le categorie culturali condizionate di una determinata epoca. L’altro elemento consiste nella necessità di provare comunque in qualche modo a parlare di Dio, come unica alternativa possibile alla completa rinuncia a dire qualcosa al riguardo, rinuncia che finirebbe per condurre alla irrilevanza una dimensione che invece – per lo meno nell’ambito del cristianesimo – viene ritenuta rilevante per l’esistenza cristiana. Per intraprendere questo percorso Spong ritiene di poter trovare indicazioni anzitutto in alcune pagine bibliche, a partire dal famoso episodio, narrato nel libro dell’Esodo, del roveto che brucia senza consumarsi e della rivelazione del nome di Dio. Spong sottolinea come «il nome ebraico di Dio divenne una serie impronunciabile di consonanti: YHWH […] un simbolo […] per ciò che è definitivo, santo e reale […suggerendo in questo modo che si potesse] fare esperienza di Dio, ma mai definirlo. […] Il genio spirituale degli ebrei ci ha così dato un accesso attraverso il quale andare oltre il teismo senza andare oltre Dio». Gli altri passi biblici che Spong sceglie per esprimere un incontro tra umano e divino che superi i limiti del teismo si trovano in Isaia 35, Matteo 25 e Prima lettera di Giovanni al capitolo 4. Il brano di Isaia descrive un mondo trasformato – dove l’acqua scorre nel deserto – e un’umanità che ritrova la propria integrità, nell’aprirsi degli occhi dei ciechi, nello schiudersi degli orecchi dei sordi, nel saltare degli zoppi e nel gridare di gioia dei muti. «La presenza di Dio […commenta Spong, viene] vista non in un essere ma nell’immagine degli esseri umani che raggiungono la pienezza. […] Le profondità del regno dell’umano e del regno del divino non […sono] separate. […] Il divino può essere visto solo […] attraverso l’umano». Il brano di Matteo, nella parabola riguardante il giudizio finale, ruota intorno all’aver trattato o non aver trattato i bisognosi come se Dio fosse presente in loro, per cui Spong afferma «Se non vedi e non sei in grado di vedere Dio nel volto di chi è affamato, assetato, senza dimora, ammalato e in prigione, allora non puoi in alcun modo vedere Dio. Dio non è un essere esteriore; Dio è presente nel volto degli ultimi di questi nostri fratelli e sorelle». Spong insiste sul fatto che «nessuno dei requisiti che i sistemi religiosi ritengono importanti ha ricevuto la minima attenzione in questa parabola del giudizio. […] la sola domanda posta riguarda lo sperimentare o no Dio come parte dell’umano!». Nella lettera di Giovanni, infine, si afferma: «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui». Commenta Spong: «Era una cosa così breve e semplice da dire. Non c’era bisogno di scrivere un lungo libro teologico per chiarire la questione. In questa frase non […c’è] inoltre alcuna separazione tra Dio e amore o tra il divino e l’umano. Il divino e l’umano, infatti, sembrano compenetrarsi a vicenda». Il tema che, secondo Spong, accomuna questi tre passi biblici è «che Dio non è un essere separato dagli esseri umani. Dio non è un essere al quale gli esseri possano rapportarsi. Dio è piuttosto l’ “Essere stesso”. Dio non è un sostantivo che abbia bisogno di essere definito. Dio è un verbo che ha bisogno di essere vissuto». Spong riconosce che «era ed è un’idea antica» e prosegue osservando che però, «forse perché non è sempre un’idea soddisfacente, non ha mai afferrato il centro della nostra umanità. L’“Essere stesso” non ci offre un aggancio per la sicurezza. Non ci promette aiuto in tempo di necessità. Non mette il soprannaturale al servizio dell’umano. Non ci insegna come manipolare il divino a beneficio dell’umano». Conclude Spong: «queste voci minoritarie della Bibbia […ci invitano ad] andare oltre una visione teistica di Dio […e ad] aprire noi stessi a un nuovo modo di accostarci al Sacro. Suggeriscono che siamo parte del Sacro. La teologia si trasforma in antropologia».

Riferimenti:

John Shelby Spong,Incredibile. Perché il credo delle chiese cristiane non convince più, a cura di Ferdinando Sudati. Postfazione di Luigi Berzano, Mimesis, Milano-Udine 2020.
Originale americano: Unbelievable: Why Neiter Ancient Creeds Nor the Reformation Can Produce a Living Faith Today, HarperOne, San Francisco 2018.