Riflessioni teologiche – 27. Cristianesimo ecumenico e desiderio di unità (parte 1)

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Osare un cristianesimo radicalmente ecumenico richiede anzitutto di ereditare dall’ecumenismo novecentesco un desiderio cristiano di unità, che si esprima come desiderio di comunione tra chiese o comunità ecclesiali diverse tra loro, come desiderio da parte di chiese o comunità ecclesiali di accogliere e includere in piena comunione tutti coloro che lo desiderino, come desiderio che si nutre della consapevolezza che si è autenticamente cristiani e radicalmente ecumenici precisamente desiderando l’unità e la comunione ecclesiale (parte 1)


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riflessioni teologiche 27

Le tre condizioni per osare profeticamente un cristianesimo radicalmente ecumenico potrebbero essere introdotte anche attraverso una sorta di metafora automobilistica: l’energia, che dovrebbe provenire da fonti rinnovabili e non fossili, energia necessaria perché l’auto possa avviarsi e mettersi in movimento, sarebbe costituita dal desiderio cristiano di unità nelle sue diverse declinazioni a livello individuale e comunitario; il freno a mano tirato, che impedisce all’auto di mettersi in movimento sarebbe costituito dal nodo da sciogliere sul tema della verità, nodo concettuale che frena e impedisce sostanziali progressi ecumenici; l’effettiva messa in moto e il guidare l’auto dirigendosi verso una meta, sarebbero costituiti, sul piano individuale e sul piano comunitario di una fattiva volontà ecclesiale, dall’attuazione della comunione visibile in tutte le forme concretamente possibili. La prima condizione, perché si possa osare profeticamente un cristianesimo radicalmente ecumenico, sarebbe perciò quella di risvegliare, nei singoli e nelle comunità cristiane, quello che Alberto Melloni chiama desiderio cristiano di unità, ritenendolo la migliore definizione storica di ciò che è stato il movimento ecumenico novecentesco. L’espressione desiderium unitatis, desiderio di unità, riferito all’unione con Cristo, risale storicamente al monaco Cassiano, vissuto tra il quarto e quinto secolo, mentre l’espressione unitas corporis, unità del corpo, riferita al corpo della chiesa risale al vescovo Cipriano di Cartagine, vissuto nel terzo secolo. Richiamando queste origini, si tratta di un’unità – quella desiderata dal movimento ecumenico – alla quale guardiamo come a un fine e a un compito, necessario e insieme apparentemente impossibile, che ancora ci sta davanti e ci attende. L’esperienza dell’ecumenismo cristiano del Novecento, con i suoi tentativi e le sue sperimentazioni, i suoi progressi e le sue battute d’arresto, i suoi risultati e i suoi fallimenti, è, infatti, il punto da cui ripartire per osare il cristianesimo di cui oggi avremmo necessità. E non a caso il punto di questa ripartenza va ricercato nel cuore di ciò che ha mosso l’ecumenismo novecentesco, perché anche il tentativo di un cristianesimo radicalmente ecumenico, se privo di questo desiderio cristiano di unità, sarebbe destinato al fallimento, persino nel caso in cui potesse contare su pronunciamenti condivisi tra teologi e su dichiarazioni formali di riconciliazione tra responsabili e vertici delle chiese. Ciò sarebbe auspicabile e certamente utile, ma non decisivo. Una unità basata solo sui pronunciamenti ufficiali somiglierebbe troppo alla casa costruita sulla sabbia di cui parla il vangelo, mentre la casa ecclesiale per essere realmente ecumenica andrebbe costruita sulla roccia di ciò che il cuore dei credenti e delle comunità realmente desidera, quando, convertendosi, riesce a superare le proprie paure e le proprie chiusure, i propri egoismi e il bisogno di affermare sé stessi come superiori agli altri. Si tratta di un desiderio di unità che non c’è da aspettarsi come diffuso e condiviso da tutti i singoli e da tutte le comunità e probabilmente neppure dalla loro maggioranza, anche perché questo cristianesimo radicalmente ecumenico dovrebbe essere in grado di abbracciare orizzonti più vasti di quelli dell’ecumenismo novecentesco, dovendosi spingere ad accogliere insieme cristiani teisti e cristiani non teisti. Anche se si deve sperare la maggiore condivisione possibile di tale desiderio di unità, l’avvio di questo processo – nel senso inteso da papa Francesco – potrebbe avvenire anche se fossero in pochi a riscoprire, risvegliare e coltivare profeticamente questo desiderio cristiano di unità, radicalmente inteso. È in fondo il dinamismo evangelico del seme che cresce, così che dal più piccolo dei semi cresca una pianta grande, tra i cui rami gli uccelli del cielo possano trovare riparo, come afferma il vangelo di Marco (4,31-32).

Riferimenti:

Alberto Melloni, Il desiderio e l’unità: la traiettoria storica dell’ecumenismo, (cercando su Youtube: melloni ecumenismo gregoriana) audio-video della lezione tenuta il 20 ottobre 2015 presso la Pontificia Università Gregoriana nell’ambito del Ciclo di lezioni pubbliche L’unità fra cristiani in cammino promosso nell’Anno Accademico 2015-2016 dal Centro Fede e Cultura “Alberto Hurtado” della PUG.

Alberto Melloni, Per una storia del desiderio cristiano di unità, in Nel mare aperto della storia. Studi in onore di Andrea Riccardi, a cura di J.-L. Durand e altri, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 120-142.

Alberto Melloni, Premesse a una storia del desiderio cristiano di unità delle chiese, in L’unità dei cristiani. Storia di un desiderio. XIX-XXI secolo, Il Mulino, Bologna 2021, Vol I, pp. XI-XIX.

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