Letture festive – 34. Nutrimento – Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo Anno C

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo Anno C – 19 giugno
Dal libro della Gènesi – Gen 14,18-20
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi – 1Cor 11,23-26
Dal Vangelo secondo Luca – Lc 9,11b-17


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letture festive 34

Nel libro della Genesi viene narrato l’incontro tra Abramo e un misterioso Melchisedek, il cui nome significa re di giustizia, Melchisedek è contemporaneamente sacerdote e sovrano di Salem, parola che significa pace e forse rimanda al nome Gerusalemme. In questo incontro carico di simbolismo il nutrimento offerto consiste nel pane e nel vino, ma anche in parole di benedizione, cioè parole di bene che vengono dette perché possa diventare reale ciò che viene espresso a parole. L’incontro tra Abramo e Melchisedek si risolve in uno scambio di doni, perché Abramo offre la decima parte di tutto ciò che ha. Come Abramo, anche ciascuno di noi vorrebbe sperimentare incontri che, a partire da condizioni di giustizia e di pace, offrano alla nostra vita un nutrimento necessario e sufficiente, essenziale e sovrabbondante, rappresentato dal pane quotidiano, dal vino della festa e da parole di bene capaci di rendere reale per noi ciò che esprimono. Come Abramo anche noi, quando riceviamo un nutrimento capace di farci vivere, diventiamo capaci di rispondere al dono, privandoci di parte di ciò che è nostro. Nel testo della lettera ai Corinti che ispira le successive narrazioni evangeliche dell’ultima cena, Paolo racconta in realtà il contenuto di una propria esperienza mistica, una rivelazione ricevuta dal Signore, manifestatosi in visione come colui che – nello sperimentarsi consegnato dal Padre alla morte di croce per la salvezza dell’umanità – assume attivamente l’iniziativa di offrire in nutrimento sé stesso nei simboli del pane – di cui dice: “il mio corpo per voi” – e del calice – di cui dice “la nuova alleanza nel mio sangue”. Le frasi conclusive che Gesù pronuncia nella rivelazione mistica sperimentata da Paolo: “fate questo in memoria di me” e “fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” possono avere per lo meno una duplice interpretazione: ripetete questo gesto del pasto rituale nella comunità per rendermi presente tra voi in questa nuova alleanza che si è creata nel mio nome, ma anche: vivete l’offerta di voi stessi nella comunità per rendermi presente tra voi nella moltiplicazione vicendevole del mio dono per i fratelli e le sorelle. Si tratta nel caso di Paolo di un’esperienza e rivelazione mistica, per lui collegata alla propria relazione con la figura di Gesù, ma potrebbe dirsi qualcosa di simile anche di esperienze e intuizioni di tipo diverso, e cioè che in questi casi ci troviamo di fronte a vissuti interiori e momenti di chiarezza nel cogliere la realtà talmente forti e significativi da costituire per chi li sperimenti un nutrimento decisivo e duraturo, capace di alimentare nel tempo la vita interiore, e la cui memoria può essere trasmessa ad altri come un patrimonio prezioso, capace di nutrire anche le loro esistenze. Richiamando temi dal racconto dell’esodo, con la richiesta di nutrimento da parte delle dodici tribù degli israeliti nel loro cammino nel deserto, l’evangelista Luca sottolinea la mancanza di fede nei dodici riguardo alla capacità della parola del vangelo di essere un nutrimento integrale per l’esistenza delle persone. Al tramonto di una giornata di predicazione e di guarigione di malati da parte di Gesù, la preoccupazione dei dodici è quella di congedare la folla stessa. Benché proprio qui abbiano ascoltato Gesù parlare del Regno e lo abbiano visto guarire chi aveva bisogno di cure, i dodici ritengono di trovarsi in una zona deserta, cioè arida e segnata dalla morte, dove sarebbe impossibile trovare nutrimento. Gesù invita allora i dodici stessi a dare da mangiare alla folla, ricevendo una risposta capace solo di evidenziare la pochezza del cibo disponibile, cinque pani e due pesci, o di intravedere come unica alternativa il ricorso al denaro, per comprare quanto necessario. La strategia alternativa messa in campo da Gesù consiste invece in una triplice azione: nel ricollocare le persone dall’essere parte di una folla numerosissima, anonima e passiva all’essere componenti attivi di gruppi meno numerosi e meno anonimi, nel pronunciare parole di benedizione, nel suddividere per poi condividere ciò che si ha. In questo modo tutti vengono nutriti fino alla sazietà, perché sono stati riconosciuti come soggetti e non come numeri anonimi, perché hanno udito parole di bene, perché hanno sperimentato che il suddividere e il condividere consente in realtà di moltiplicare. Le dodici ceste di pezzi avanzati servono a ricordare ai dodici privi di fede nella capacità della parola evangelica, che questa può essere, se accolta con le sue potenzialità, nutrimento adeguato per la fame di tutti.

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