Riflessioni teologiche – 38. Cristianesimo ecumenico e problema della verità (parte 8)

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Osare un cristianesimo radicalmente ecumenico richiede un modo diverso di impostare il problema della verità, sul quale l’ecumenismo novecentesco è rimasto bloccato nella ricerca di una convergenza rivelatasi impossibile. Per sciogliere questo nodo della verità servirebbero la reciproca legittimazione – quando inevitabile – della possibilità di errare e l’umiltà di una fede che si vuole proiettata verso la realtà a cui ci orienta il vangelo e non vincolata alle proprie enunciazioni; queste ultime, infatti, devono cercare di essere vere – almeno per il soggetto che le formula – senza però dimenticare di essere fallibili e superabili. Su errori ed enunciazioni riguardanti la verità – elementi di un pluralismo non superabile – andrebbe affermata la prevalenza evangelica dell’amore perdonante, della reciproca accoglienza, del desiderio di unità e delle esperienze concrete di comunione vissuta (parte 8)


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riflessioni teologiche 38

In una comunione visibile di chiese cristiane, la legittimità di convinzioni opposte riguardo alla verità dell’esistenza o inesistenza di Dio può essere affermata a partire da un determinato modo d’intendere l’errore, come abbiamo provato a chiarire. Ma questa legittimità di convinzioni opposte trova il suo fondamento più profondo in un determinato modo di intendere l’atto di fede. Da una parte, la legittimazione dell’errore, quando determinato da ignoranza invincibile sul piano dei contenuti delle verità di fede, consente, per via negativa, di evitare che siano i limiti delle formulazioni e gli stessi errori a prevalere sulla realtà intesa nella fede; dall’altra parte, vi è anche una via positiva, che riguarda l’essere rivolto dell’atto di fede a una realtà che viene effettivamente raggiunta, anche quando – per mille ragioni – non si è in grado di enunciarla in modo adeguato. Come infatti già suggerisce Tommaso d’Aquino e come viene ribadito nell’affermazione magisteriale della infallibilità del popolo di Dio nel credere, l’atto di fede del credente è rivolto fondamentalmente alla realtà e non all’enunciazione di quella stessa realtà. L’enunciato può essere falso dal punto di vista dei suoi contenuti e della sua formulazione ma questo non impedisce all’atto di fede del credente di cogliere in un qualche modo la realtà alla quale è rivolto. L’infallibilità nel credere di chi, per ignoranza invincibile, si trova nell’errore riguardo alla verità delle formulazioni dei contenuti di fede, potrebbe forse essere paragonata all’infallibilità di un arciere bendato, che scocca la sua freccia senza vedere il bersaglio ma – come fosse guidato da una capacità indipendente dalla vista – riesce comunque a cogliere il centro. Ciò non significa che la verità non esista o che sia irrilevante. Al contrario la ricerca della verità è necessaria, così come la ricerca di modi di esprimere, formulare e comunicare in forme sempre più adeguate i contenuti intesi dalla fede cristiana. In un cristianesimo radicalmente ecumenico, tuttavia, all’interno delle chiese e delle comunità, ciascun soggetto, singolo o collettivo, dovrebbe poter ricercare la verità della realtà alla quale la fede si rivolge – e riconoscere ciò che invece è falso – nel modo in cui ciò gli è concretamente possibile. Nel fare questo, tuttavia, non dovrebbe collegare ciò che ritiene essere l’errore dell’altro a una mancanza di fede o all’impossibilità per quest’ultimo di viverla in modo autentico. All’interno di un cristianesimo radicalmente ecumenico dovrebbero quindi poter trovare posto, in una comunione ecclesiale piena e vissuta, le seguenti coppie – di singoli o di gruppi – che pure presentano convinzioni in parte inconciliabili sul piano della verità delle formulazioni dei contenuti di fede: il cristiano teista e il cristiano non teista, una determinata chiesa con convinzioni in parte inconciliabili con quelle di un’altra, una determinata comunità cristiana e singoli che chiedono di farne parte pur avendo convinzioni in parte inconciliabili, autorità e responsabili di chiese e comunità, da una parte, e singoli o gruppi, dall’altra, che, pur avendo convinzioni in parte inconciliabili, chiedono accoglienza in queste medesime chiese e comunità. Ciascuno di questi soggetti, individuali o collettivi, dovrebbe potersi rivolgere all’altro componente della coppia – singolo o gruppo che sia – più o meno nei termini seguenti: «Riconosco legittimo e apprezzabile il tuo desiderio cristiano di unità e di piena comunione ecclesiale. Sono tuttavia convinto di potere e di dovere affermare la verità delle mie convinzioni, maturate in coscienza. Di conseguenza ritengo di potere e di dovere affermare il carattere erroneo delle convinzioni in contraddizione con le mie, pur riconoscendo che tali convinzioni erronee potrebbero risultare, da parte tua o di altri, non correggibili, a causa di limiti di conoscenza, e irrinunciabili per dovere di coscienza. Benché non abbia al momento nessun elemento per ritenere di essere io in errore e che la verità sia invece colta da te o da un terzo rispetto a noi, non posso tuttavia escluderlo in linea di principio. In ogni caso possiamo e dobbiamo ipotizzare e concederci reciprocamente che chiunque tra noi si trovi in errore per ignoranza invincibile non sia in condizione di modificare le proprie convinzioni, per lo meno ad oggi, ma forse anche in futuro. Riteniamo entrambi che – anche in questo caso, cioè qualora risulti impossibile per chi è in errore correggersi – ciascuno di noi due debba reciprocamente riconoscere che l’altro possa vivere autenticamente il vangelo, secondo ciò che in coscienza può comprendere e, appunto, nonostante i propri errori riguardo alla verità. A partire dal riconoscimento della infallibilità nel credere rispetto alla realtà intesa nella fede, nel contesto di un cristianesimo ecclesiale radicalmente ecumenico, dovremmo quindi concordare sulla verità di questa affermazione: chi tra noi si trovasse in un errore determinato da ignoranza invincibile riguardo alla verità dei contenuti di fede, ma cercasse di vivere in modo autenticamente evangelico, coglierebbe così, senza sbagliare, il nucleo della realtà intesa dalla nostra fede».

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