Letture festive – 54. Sguardi – 31a domenica del Tempo Ordinario Anno C

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

31a domenica del Tempo Ordinario Anno C – 30 ottobre 2022
Dal libro della Sapienza – Sap 11,22-12,2
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési – 2 Ts 1,11-2,2
Dal Vangelo secondo Luca – Lc 19,1-10


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letture festive 54

Il libro della Sapienza cerca di immedesimarsi nello sguardo di Dio sulla sua creazione, uno sguardo che viene descritto in termini profondamente umani e quindi, paradossalmente, come lo sguardo che in quanto esseri umani, con Dio o senza Dio, dovremmo imparare a coltivare nei confronti del mondo. Uno sguardo che, mentre coglie la realtà nelle sue dimensioni di vanità e inconsistenza, fragilità e precarietà, rimane uno sguardo compassionevole, al punto di accettare di chiudere gli occhi sul peccato, nella speranza di riaprirli su un pentimento atteso. Uno sguardo di amore su tutte le cose che esistono e che si intreccia con ciò che gli esseri umani creano e a cui danno forma. Lo sguardo sulle proprie creazioni non dovrebbe mai, infatti, conoscere disgusto e tanto meno odio, proprio perché si tratta di ciò che si è voluto e chiamato all’esistenza, dandogli una determinata forma. Uno sguardo che si posa con indulgenza su ogni cosa, considerandola in qualche modo una propria creatura, se non altro per il fatto che, nell’entrare in relazione con qualcosa, lo facciamo spesso anche attraverso una nostra partecipazione creativa. Questo sguardo può essere inoltre ricompreso in un più generale amore per la vita e in quello che viene definito dal libro della Sapienza come un divino “spirito incorruttibile” presente in ogni cosa. Si tratta di uno sguardo che spinge anche a correggere coloro che sbagliano e ad ammonire, ricordando in che cosa si è peccato, perché si arrivi a mettere da parte ogni malizia e ritrovare quella fiducia che dovrebbe animare ogni credere.

Il nostro sguardo tende spesso a cercare nel presente qualcosa che lo soddisfi, mentre in questo passo della seconda lettera ai Tessalonicesi l’invito è a rivolgersi al futuro, al quale rimandano alcune parole chiave: preghiera, chiamata, compimento, proposito, opera, fede. La preghiera, infatti, tanto per i con Dio quanto per i senza Dio, è uno dei modi che ci consentono di prendere le distanze da quella immediatezza del presente che non ci consente di guardare a questo stesso presente in modo adeguato. Ogni chiamata ci chiama in qualche modo al futuro, che è il tempo tipico di ogni compimento. Se i propositi ci proiettano su un futuro, nel quale le opere possono trovarsi infine realizzate, la fede e la fiducia sono le condizioni fondamentali perché uno sguardo possa essere rivolto al futuro in modo positivo. L’autore della lettera specifica ulteriormente la propria messa in guardia dalla tentazione di limitare il proprio sguardo alla breve distanza del presente e di evitare la fatica che il rimanere aperti al futuro comporta e richiede. Si deve perciò rinunciare ad appiattire il futuro sul presente, come alcuni nella comunità ecclesiale sembrano fare, ritenendo che la venuta del Signore Gesù nel suo giorno, nella quale si concentra simbolicamente ogni promessa di bene e di salvezza, si sia già realizzata nella chiesa stessa, chiesa che però, in questo modo, confesserebbe di coltivare uno sguardo autoreferenziale e soddisfatto di sé, in fondo ben poco cristiano.

Zaccheo desidera vedere Gesù, posare il proprio sguardo curioso su un personaggio noto, ma la sua statura – bassa come la considerazione morale di cui gode – non consente al suo sguardo di raggiungere Gesù. Zaccheo perciò si attiva, con modalità forse non consone al proprio status, arrampicandosi su una pianta. Ma è proprio così che attira lo sguardo di Gesù, il quale non si limita a guardarlo, ma gli propone un incontro, sotto gli sguardi scandalizzati di tutti i presenti, indignati per l’ingresso di Gesù nella casa di un peccatore. Ma proprio lo sguardo di Gesù, che nel suo essere uno sguardo accogliente, chiede e suscita accoglienza nell’altro, consente a Zaccheo di riuscire a guardare sé stesso e la realtà in modo più autentico. Zaccheo, uomo abituato a fare dell’accumulo di denaro il cuore del proprio agire, mostra ora di avere un cuore, di riuscire finalmente a guardare ai poveri come a coloro con i quali le ricchezze vanno condivise e di riuscire a guardare alle eventuali vittime delle sue pratiche di estorsione come a coloro cui offrire una riparazione adeguata e generosa. A questo punto lo sguardo di tutti è invitato a riconoscere, precisamente in colui che era guardato come un collaborazionista traditore del suo popolo, un figlio di Abramo, nella cui casa e nella cui vita è entrata, a partire da uno scambio di sguardi con Gesù, la salvezza. Lo sguardo che il vangelo ci invita a fare nostro è, infatti, quello che va in cerca ciò che sembra perduto, perché – mantenendosi fiducioso nel possibile cambiamento di colui che tutti invece considerano irrecuperabile – è proprio questo lo sguardo che a volte riesce a suscitare inattese trasformazioni.