Riflessioni teologiche – 42. Cristianesimo ecumenico e pratiche di comunione (parte 3: APPRENDERE, DA FAMIGLIE SANE, BUONE PRATICHE DI COMUNIONE ECCLESIALE)

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Osare un cristianesimo radicalmente ecumenico, dinamicamente inserito nel processo di riconfigurazione in forma sinodale intrapreso da chiese e comunità cattoliche su impulso di papa Francesco, richiede un rinnovato impegno nel praticare forme di comunione ecclesiale capaci di ampliare la varietà di coloro che potrebbero essere raggiunti o accolti o attivamente coinvolti. Nell’intraprendere questo percorso di ricerca teologica, di esperienza vissuta e di pratiche di sperimentazione ecclesiale potrebbero essere di aiuto diversi approcci teorico-pratici provenienti da alcune fonti di ispirazione: elementi ricavabili dall’esperienza vissuta nelle famiglie, riflessioni sulle comunità di pratica, metodologie per l’ascolto attivo e la gestione dei conflitti, approcci filosofici della teoria dell’attore-rete (ANT) e dell’ontologia orientata agli oggetti (OOO), suggestioni collegate alla nozione di terzo paesaggio e possibili applicazioni di questi approcci alla teologia e alla pratica ecclesiale (parte 3: APPRENDERE, DA FAMIGLIE SANE, BUONE PRATICHE DI COMUNIONE ECCLESIALE)


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Un primo motivo per cui il contesto vitale della famiglia può risultare interessante per la nostra riflessione è che nel vissuto delle famiglie si possono ritrovare in qualche modo le tre condizioni che abbiamo individuato perché si possa osare un cristianesimo radicalmente ecumenico, oltre ad elementi che presentano affinità con una chiesa riconfigurata in forma sinodale. Non esistono evidentemente famiglie perfette, ma esistono casi fortunati di famiglie sufficientemente buone e non disfunzionali, che adempiono adeguatamente al loro compito di accogliere, sostenere e accompagnare le vite dei propri componenti, vite che si svolgono dentro e fuori la famiglia stessa. Sono queste le famiglie nelle quali si possono riconoscere le tre condizioni che rendono possibile un cristianesimo radicalmente ecumenico. Sono infatti famiglie infatti tenute insieme da un desiderio di unità che consente di collocare in secondo piano rispetto all’amore reciproco le eventuali divergenze e contrapposizioni di idee e convinzioni tra i diversi componenti della famiglia. Qui il carattere concreto, affettivo e quotidiano dell’esperienza familiare viene modellato da pratiche di vita comune – in genere a partire dalla condivisione del momento del pasto – e da pratiche di comunione vissuta che contribuiscono a tessere continuamente la realtà familiare, tanto nelle circostanze feriali e quotidiane quanto in quelle festive e straordinarie, nei tempi lieti e in quelli dolorosi.

L’esperienza vissuta di questo tipo di famiglie mostra come sia possibile, quando davvero lo si desidera, attuare pratiche quotidiane di comunione animate da affetto e dedizione, in una convivenza nella quale ciascuno è e si sente accolto nella specificità e differenza delle proprie caratteristiche, comprese opinioni e convinzioni diverse e persino opposte. Queste famiglie sono in condizione di sopportare il trascorrere del tempo e di affrontare i passaggi critici, accogliendo, sostenendo e accompagnando l’esistenza di ciascuno nelle sue diverse fasi e nelle sue diverse età, nelle sue difficoltà e nelle sue riuscite. La dimensione sinodale che si può riconoscere in questo tipo di famiglie riguarda la capacità di valorizzare – anziché negare o annullare – le differenze anche profonde di ruolo e di funzione, perché, ad esempio, i genitori sono ovviamente diversi dai figli per età, caratteristiche e ruoli. Da questo punto di vista, le dinamiche partecipative che le famiglie sane riescono ad attuare in modo virtuoso non richiedono necessariamente meccanismi democratici di voto o il costituirsi di maggioranze e minoranze, ma sono quelle che consentono a ciascuno di esprimere esigenze e preferenze, per arrivare a sintesi creative capaci di comporre nel modo migliore le esigenze di tutti, senza richiedere sacrifici solo ad alcuni. Anche nelle famiglie, come nelle comunità ecclesiali, i conflitti generati da banalità – ma soprattutto quelli prodotti da cause gravi – costituiscono il banco di prova più arduo, quello che può indebolire il desiderio di unità e i legami di affetto, fino a produrre sofferenze e lacerazioni profonde e a volte definitive. Proprio qui le famiglie che funzionano riescono ad attuare pratiche e strategie per la gestione e la risoluzione non violenta dei conflitti. Si tratta di pratiche animate dal volersi bene e intessute di silenzio e di ascolto, di tempo consentito al chiarirsi delle situazioni e al decantare delle emozioni non positive. Si tratta del riconoscimento dei propri errori e delle ragioni dell’altro, di strategie di negoziazione per il raggiungimento di compromessi accettabili e sostenibili per tutti, dell’introduzione di prassi quotidiane creative e innovative. Le chiese e le comunità ecclesiali avrebbero molto da imparare dalle pratiche con le quali queste famiglie riescono a gestire e risolvere i conflitti.

Un ulteriore importante elemento possiamo trovarlo al n. 25 dell’enciclica Deus Charitas est dove, dopo aver definito la chiesa come famiglia di Dio nel mondo, Benedetto XVI aggiunge: «In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario». Si tratta di uno degli obiettivi principali per ogni famiglia e dovrebbe esserlo anche per la chiesa. Non è facile individuare ciò che è davvero necessario e la cui mancanza fa soffrire, ma si tratta di un buon criterio per rilevare la qualità, tanto di una famiglia quanto di una comunità ecclesiale. Sembra che ci si voglia riferire qui non tanto alla sofferenza o a ciò che è necessario per la famiglia nel suo insieme, ma piuttosto alla sofferenza propria di ciascun componente la famiglia e a ciò che è necessario per lui in modo specifico. È un aspetto significativo che esprime bene l’attenzione che nelle famiglie e nelle comunità ecclesiali si dovrebbe porre alla condizione di ogni singolo componente. Osare un cristianesimo radicalmente ecumenico, nella riconfigurazione in forma sinodale delle comunità cristiane, richiederebbe alle chiese di avvicinare le proprie pratiche di comunione a quelle delle famiglie dove il desiderio di unità consente di superare nell’amore vicendevole le divergenze sulla verità, dove ciascuno viene accolto, sostenuto e accompagnato così come è, con le proprie specificità, dove tutti possono partecipare attivamente alle decisioni, ciascuno con il proprio ruolo, dove le esigenze e le preferenze di ciascuno trovano a un livello superiore una loro composizione soddisfacente per tutti, dove i conflitti vengono affrontati e risolti arrivando a riconciliarsi nell’amore vicendevole e dove, infine e soprattutto, nessuno dovrebbe soffrire perché gli manca il necessario per vivere, che sia il pane quotidiano, il pane eucaristico o qualunque altra realtà davvero necessaria.

Riferimenti:

Benedetto XVI, Deus charitas est. Lettera enciclica sull’amore cristiano, 2005, n.25. (consultabile sul sito ufficiale del Vaticano).