Introduzione alla poesia nella Bibbia

“Mia forza e mio canto è il Signore” (Es 15,2) Introduzione alla poesia nella Bibbia

“In molte poesia della letteratura di tutti i tempi

sembrano ricalcati temi ed espressioni dei salmi.”

(S. Quasimodo)1

di Gianpaolo Anderlini

La prima domanda che dobbiamo porci è se esista o no una poesia biblica.
La domanda non vi sembri oziosa perché per lungo tempo, per motivi religiosi o culturali, non si è riconosciuto o non si è dato peso a quella non piccola parte della Bibbia, quella ebraica in particolare, che un’analisi di tipo letterario riconoscerebbe senza ombra di dubbio come poesia.
Del resto è anche oggi nel sentire comune l’idea che la Bibbia sia una grande narrazione e che ogni parola racconti il manifestarsi di Dio all’uomo, non importa in quale forma testuale sia espressa.
Riporto un esempio tratto da una riflessione di Ennio Morricone sui Salmi:
“Il poeta è un mediatore tra se stesso e gli uomini, il salmista è un mediatore fra gli uomini e Dio”.2
E’ vero che il compositore parla anche di poesia nascosta e di rapporto dei Salmi con la musica, ma l’idea di fondo è che la parola ispirata non inventi un qualcosa da dire ma intercetti la giusta frequenza per dire ciò che la fede e l’ispirazione divina lo conduce a dire.
Cosa impedisce, allora, che il salmista sia anche poeta?
Nulla e tutto.
Partiamo da lontano.
La tradizione ebraica quando interpreta la Bibbia usa il Midrash che non si interroga sulla forma dei testi analizzati ma sui sensi e sui messaggi che Dio in quelle parole ha posto e che la ricerca deve fare emergere. Si parla, allora, di midrash halakà volto a dirci in che modo devono essere compiuti i precetti della Torà, e di midrash aggadà ovvero di una lettura più libera ed esclusivamente narrativa delle parole della Scrittura. Che i testi siano prosa o poesia, per usare una distinzione sommaria, non interessa.
La tradizione cristiana, così come la troviamo nei Padri della Chiesa, in parte segue la linea tracciata dalla tradizione ebraica ma è più attenta ad un’analisi che vada oltre la parola o il frammento e, sempre in un’ottica esclusivamente di fede, colga il messaggio che i testi e libri della bibbia ci trasmettono. San Girolamo, ad esempio, e con lui altri Padri della Chiesa, non ha problemi a riconoscere che diversi testi della Bibbia sono scritti in forma poetica e afferma anche, condizionato dalla poesia greca e latina, che sono composti in esametri o in altri metri. Questo, però, non fa di quegli scrittori dei poeti, perché, ad esempio, David, ammesso e non concesso che i Salmi siano opera sua, non compone poesie ma preghiere e non scrive di sua iniziativa ma ispirato dall’Alto.
Ma, se è così, perché non ammettere, allora, che il grande poeta è Dio?
Parlare di poesia, si badi, non era cosa neutra. Voleva dire aprire il confronto con la poesia greca e latina e, quindi, con la grande produzione letteraria del mondo pagano. Pertanto, se la poesia era quello, la Bibbia non poteva essere poesia così come lo era quella. Per eliminare il pericolo del confronto e della doppia formazione letteraria, la Bibbia divenne l’unico punto di riferimento e come tale costrinse ad abbandonare la lettura e lo studio dei testi profani per concentrare tutto su quelle parole che ci parlano di Dio e che, in quanto tali, non importa in quel forma siano dette. Basti, al proposito, ricordare il famoso sogno di Girolamo nel corso del quale viene così redarguito dal Giudice supremo: “Ciceronianus es, non christianus; «ubi thesaurus tuus, ibi et cor tuum»”. E, al cospetto del Signore, Girolamo così promette: “Domine, si umquam habuero codices saeculares, si legero, te negaui” (Epistulae, XXII. Ad Eustochium, 30).
Ciò, però, non ha impedito che alla Bibbia di divenire fonte di ispirazione poetica dall’antichità fino ai nostri giorni. Come a dire che nella Bibbia non c’è poesia ma che dalla Bibbia può nascere la poesia.
Questo preconcetto è duro a morire e, anche fuori dall’ambito religioso, ha influenzato l’approccio ai testi biblici. Nella distinzione fra poesia e non poesia i testi biblici, così come la cosiddetta poesia religiosa, sono annoverati tra la non poesia, oppure, limitandoci alla sola poesia biblica, come poesia primitiva. Ma il dire che è poesia primitiva è già un ammettere che è poesia e questo è un passo avanti.
Vi siete mai chiesti perché i testi biblici, quelli poetici in particolare, facciano tanta fatica ad entrare nelle nostre antologie scolastiche?
Tutti portiamo l’imprinting della nostra cultura che, sia per chi ha un approccio religioso sia per chi lo ha laico, continua a non vedere nella Bibbia un insieme di testi e di documenti che possano essere letti, investigati ed amati come fatto letterario, specifico sì ma pur sempre frutto di una cultura letteraria e di un contesto storico definito ed inquadrabile. Questo è un grave ritardo della cultura e della scuola italiane che ancora, passati ormai sessant’anni dal Concilio Vaticano II, stenta (o non vuole) ritornare alla Bibbia come codice dell’Occidente e a leggerla, in primo luogo, come opera letteraria, anzi come opera di grande letteratura.
Per chiarire quale avrebbe potuto essere anche nel nostro contesto culturale l’approccio giusto ai testi biblici, bastino le parole di David Castelli 3 che nel lontano 1878 aveva dato alle stampe un libro di eccezionale importanza, Della poesia biblica, con il quale propugnava, partendo da quanto era accaduto fuori dall’Italia, lo studio critico e letterario della poesia biblica, parole ancor più pregnanti se si considera l’origine ebraica dell’autore:
“Perché se i poeti ebrei consideravano Dio come il creatore dell’universo, lo riguardavano ancora come il Dio del popolo eletto; e se un giorno sarà il Dio di tutti i popoli, è intanto, come in un’èra di transizione, il Dio d’Israele. Perciò fa d’uopo concludere introno alla precipua indole della poesia ebraica che è una poesia religiosa e nazionale, e se per altre parti cede alla poesia delle altre letterature, come alta e nobile espressione di questi due sentimenti non teme il confronto di alcun’altra.4 

Per Castelli nella Bibbia ci sono parti che il pensiero moderno non può non riconoscere come poetiche e, anche se esclude i Profeti, il suo approccio ci apre le porte al riconoscimento dell’esserci della poesia biblica e della possibilità di leggerla e di analizzarla come tale, pur ammettendo le difficoltà che tale analisi porta con sé. Castelli, nella dedica a Fausto Lasinio5, precisa di essere animato “da buona volontà di far conoscer in Italia quello che dai dotti di altri paesi, e specialmente in Germania, fu fatto nello studio critico e letterario dei libri del Vecchio Testamento, e per ora soltanto in ciò che concerne ai libri poetici.”6
Se il libro di Castelli, che ancora oggi mostra una freschezza ed una leggibilità incredibili, fosse stato letto ed avesse fatto scuola in Italia, forse, nei decenni passati ed ancora oggi, non avremmo avuto quel rifiuto per l’analisi letteraria della Bibbia, in generale, e della poesia biblica, in particolare.
Facciamo un passo avanti (anzi due).
Girolamo nella Lettera ad Eustochio, già citata sopra, scrive: “Quid facit cum Psalterio Horatius? cum Evangeliis Maro? cum Apostolo Cicero?
Che cosa ha Orazio a che fare con il Salterio? Virgilio con i Vangeli? Cicerone con l’Apostolo?”7
Ed intende dire che, dovendo essere cristiani e non più ciceroniani, nella Bibbia si trova tutto quanto ha a che fare con letteratura e, pertanto, più non si ha bisogno dei latini e dei greci: i Salmi sono la poesia lirica, i Vangeli quella epica, le lettere di Paolo l’arte oratoria.
Nella Bibbia c’è tutto ciò che la letteratura può darci ed, in nuce, anche tutto quello che può dirci.
Nella Bibbia c’è tutto: poesia, prosa e oratoria.
E io dico: soprattutto poesia.
Se, infatti, analizziamo i libri della Bibbia ebraica siamo travolti dalla quantità e dalla qualità dei testi scritti in forma poetica.
Già il fatto che esista un sistema di accenti specifico per tre libri: Salmi, Giobbe e Proverbi (i , sifrè emèt, “Libri della Verità”, secondo la tradizione ebraica), ci mostra che almeno quei tre libri non rientrano nella categoria dei testi narrativi; se poi si sfoglia un’edizione critica della Bibbia ebraica (BH, BHS, Quinta), si scopre che l’impaginazione di molti passi sottintende, con l’individuazione dei versi, che si tratti di testi poetici.
La poesia, forse più che la prosa e il racconto, riempie e permea il testo biblico: Salmi, Giobbe, Proverbi, Cantico dei cantici, Lamentazioni, detti e oracoli profetici, canti e cantici sparsi in vari libri, benedizioni, maledizioni, e ancora si potrebbe continuare con l’elenco.

C’è solo l’imbarazzo della scelta a partire da Gen 4, 23-24, il detto di Lamek, fino a giungeread alcuni passi di 2Cr 10, dal primo all’ultimo libro della Bibbia del canone ebraico.
Per fare emergere la poesia biblica e la sua forza sarebbe bastato mettere a confronto Es 14 e Es 15 per comprendere che il miracolo del mare può essere raccontato in forma narrativa (Es 14) e in forma poetica (Es 15) con diverse e specifiche modalità. Lo stesso vale per i fatti relativi a Debora e alla vittoria su Sisara raccontati in forma narrativa in Gdc 4 e in forma poetica in Gdc 5.
Quello che emerge è la forza travolgente e la libertà espressiva del testo poetico in Es 15 e Gdc 5 rispetto al crudo resoconto dei fatti del testo narrativo di Es 14 e Gdc 4.
Poesia batte prosa due a zero!
Poesia piena di dolcezza e di armonia nella lingua ebraica, come ci dice Dante Alighieri nel Convivio:
“E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza ed armonia. E questa è la cagione per che Omero non si mutò di greco in latino, come l’altre scritture che avemo da loro. E questa è la cagione per che i versi del Salterio sono sanza dolcezza di musica e d’armonia: ché essi furono transmutati d’ebreo in greco e di greco in latino, e nella prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno.” (Conv. I VII 14-15)
Come si esprimono quella dolcezza e quell’armonia?
Come facciamo a distinguere un testo poetico da un testo in prosa nell’ambito della Bibbia ebraica?
Questi sono i problemi che l’analisi della poesia biblica pone.
Partiamo dalle parole di un grande conoscitore della lingua ebraica e della Bibbia, Giovanni Bernardo de Rossi8:
“Nel tradurre il sacro testo tu t’incontrerai in alcuni pezzi, ed anche in interi libri di poesia. Qual ella si fosse quest’antica poesia è totalmente incerto, e in vano si è sin ora ricercato da infiniti autori. Maestà di concetti e di sentenze, nobiltà d’idee, sublimità d’immagini e di stile, sceltezza di espressioni e di frasi, rarità di termini, forme inusitate, uno stile conciso, metaforico, ornato di figure, di ellissi, di paragogi, qualche corrispondenza di suono e conformità di emistichj, qualche misura incostante di sillabe, qualche rima, ma incostante anch’essa ed accidentale, è tutto quello che esteriormente tu vi troverai di diverso, quando dalla prosa tu passerai alla poesia.”9
De Rossi, nel 1815, ci dà un descrizione della poesia biblica che, anche se oggi non più condivisibile, ci fornisce due elementi di fondamentale importanza:
– si può riconoscere una specificità nella lingua e nello stile della poesia biblica
– non si può individuare con certezza la struttura metrica o prosodica dei testi.

Se la poesia è riconoscibile da alcuni elementi ma non dalla metrica, quali sono le caratteristiche proprie della poesia biblica?
Nell’antichità ci fu chi, con un procedimento analogico, interpretò la struttura del verso ebraico facendo riferimento alla metrica quantitativa greca e latina.
Giuseppe Flavio parlò di esametri per l’inno sul passaggio del Mar Rosso (Antichità Giudaiche 2,16,4) e il cantico di Mosè di Dt 32 (Antichità Giudaiche , 4, 8, 44), di metri vari e di trimetri e pentametri per gli inni e le odi composti da David (Antichità Giudaiche 7,12,3).
Girolamo, che si rifaceva alla precedente riflessione di Filone, Giuseppe Flavio, Origene ed Eusebio di Cesarea, sosteneva che la poesia ebraica, in Giobbe in particolare, fosse in esametri, dattilici o spondaici, e in altri metri (Girolamo, Praefatio in Job, PL 28, 1081).
Tali ipotesi non hanno fondamento nei fatti: gli ebrei, infatti, pur distinguendo tra vocali brevi e lunghe, non ne fecero la base del ritmo poetico. Probabilmente i commentatori antichi fecero tale confronto a scopo apologetico per fare capire ai gentili la bellezza della poesia ebraica o, semplicemente, non fecero altro che applicare alla poesia ebraica le stesse modalità della poesia greca e latina che bene conoscevano.
La struttura del verso della poesia biblica è probabilmente di tipo accentuativo/sillabico o, forse è, semplicemente, legata allo scorrere del pensiero e alle sue forme secondo schemi fondati sulla ripetizione e l’enfasi.
Insisto su ripetizione ed enfasi perché queste sembrano essere il motore di gran parte della poesia biblica.
E’ possibile individuare alcuni elementi che da una parte ne chiariscono la nascita e lo sviluppo e dall’altra ci forniscono la chiave per intenderne la specificità.
a. la poesia biblica, nella sua struttura, deriva da una precedente tradizione orale di cui conserva le caratteristiche (parallelismo, coppie di parole), la vivacità e la spontaneità. Alcuni studiosi negano tale origine orale in quanto, a differenza della poesia omerica, non si hanno quelle caratteristiche che lo studio etnologico ha ritenuto essere specifiche della tradizione orale. In realtà, l’oralità della poesia biblica è garantita dalla sua struttura ripetitiva e accumulativa.
L’oralità, poi, è garantita dalla spontaneità del manifestarsi di tante parole poetiche, riportate quasi sempre con la formula “disse” e raramente con “scrisse”10. Si pensi ai cosiddetti oracoli di Balaam (Num 23-24), o a come viene introdotto il canto per la conquista di Chesbòn:
a1. Numeri 21,27:
עַל־ כֵּ֛ן יאֹמְר֥וּ הַמשְֹ לִ֖ים
“Perciò dicono i declamatori/i bardi11”.
Sulla spontaneità orale della poesia riporto il passo relativo al canto intonato dalle donne per celebrare la vittoria di David contro Golia.
a2. 1Samuele 18,6-7:

וַיְ הִ֣י בְבוֹאָָּ֗ם בְשׁ֤וּב דָּ וד֙ מהַכִ֣וֹת אֶת־הַפְ לשְ תי וַ תצֶֶ֨אנָּה הַנָּ שים מכָּל־עָּ רׁ֤י י שְרָּ אל֙ לשור ]לָּ שִ֣יר[ וְהַמְחלִֹּ֔וֹת
לקְרִַ֖את שָּ אִ֣וּל הַמֶֶּ֑לֶךְ בְתֻ פ֥ים בְ שמְחִָּ֖ה וּבְשָּ ל שִֽׁים׃
וַתִַֽׁעֲנֵֶּ֛ינָּה הַנָּ ש֥ים הִַֽׁמְשַחֲקִ֖וֹת וַתאֹמֶַּ֑רְן הִכָָּׁ֤ה שָׁאוּל֙ באלפו ]בַּאֲלָׁפָָׁ֔יו[ וְדָׁוִִ֖ד בְרִבְבתָָֹֽׁיו׃
“6. Al loro rientrare, mentre Davi tornava dall’uccisione del Filisteo, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro a Saul, re d’Israele, con tamburelli, con gioia e con sistri. 7. Cantavano le donne mentre ballavano e dicevano:
Ha colpito Saul le sue migliaia
e David le sue miriadi.”
La poesia, come manifestazione prima delle passioni anche le più truci dell’uomo, è il modo di esprimersi che troviamo subito all’origine delle generazioni umane, quando Lamek, primo uomo a non parlare con Dio o in riferimento a Dio, con la forza dell’oralità così si esprime con la forza dura e cruda dell’oralità:
a3. Genesi 4, 23-24:
וַיֶ֨אֹמֶר לִֶׁ֜מֶךְ לְנָּשָָּ֗יו עָּדָּׁ֤ה וְ צלָּה֙ שְמִַ֣עַן קוֹ לי נְ שִ֣י לִֶּ֔מֶךְ הַאְ זִ֖נָּה אמְרָּ תֶּ֑י כִ֣י אׁ֤יש הָּרַ֙גְ ת י֙ לְ צצְ עי וְיִֶ֖לֶד לְחַבֻרָּ תִֽׁי׃
כ֥י שבְעָּתִַ֖י ם יֻקַם־קֶָּּ֑י ן וְלִֶ֖מֶךְ שבְ ע֥ים וְ שבְעִָּֽׁה׃
“23. Disse Lamek alle sue mogli:
Adà e Tzillà, ascoltate la mia voce,
mogli di Lamek, udite il mio detto,
ho ucciso un uomo per un mia scalfittura
e un ragazzo per un mio livido.
24. Sette volte sarà vendicato Caino
e Lamek settantasette.”
In questi tre versi c’è tutta la poesia biblica e, così dicendo, potremmo considerare chiuso qui il nostro percorso di indagine. Ma occorre fare qualche ulteriore passo.
b. La poesia biblica si è sviluppata come testo legato al canto e, in alcuni casi, all’accompagnamento musicale e alla danza; questo aspetto richiede una struttura metrico-ritmica che si possa accompagnare al canto e alla musica; tale struttura non è legata a forme metriche chiuse ma si presenta aperta e libera pur presentando specifiche modalità di articolazione del ritmo, indispensabile in ogni forma poetica.
Vediamo due esempi:
b1. Esodo 15, 20-21:
וַ תקַח֩ מרְיֶָּ֨ם הַנְ ביאִָּׁ֜ה אֲח֧וֹת אַהֲרֵּ֛ןֹ אֶת־הַתִ֖ףֹ בְיָּדֶָּּ֑הּ וַ תצֶׁ֤אן כִָּֽׁל־הַנָּ שים֙ אַחֲרִֶּ֔יהָּ בְתֻ פִ֖ים וּ במְחלִֹֽׁת׃ 20
וַתַ֥עַן לָּהִֶ֖ם מרְיֶָּּ֑ם שׁ֤ירוּ לַיִֽׁהוָּה֙ כִֽׁי־גָּאִ֣הֹ גָּאִָּּ֔ה ס֥וּס וְרכְֹבִ֖וֹ רָּמָּ֥ה בַיָּםִֽׁ׃ 21
“Allora Maria la profetessa, sorella di Aronne, prese in mano un tamburello; dietro a lei uscirono le donne con i tamburelli e con cerchi di danze. Maria fece loro intonare:

Cantate (שׁ֤ירוּ ) al Signore
perché ha mirabilmente trionfato
cavallo e il suo cavaliere
ha gettato in mare!”
b2. Salmo 137, 1-4:
עַ֥ל נַהֲרֶ֨וֹת ׀ בָּבֶָ֗ל שִָּ֣ם יָּשַבְנוּ גַם־בָּ כֶּ֑ינוּ בְ זָּכְ רָ֗נוּ אֶת־ ציִֽׁוֹן׃ 1
עִַֽׁל־עֲרָּ ב֥ים בְתוֹכֶָּּ֑הּ תָּ לינוּ כנרֹוֹ תִֽׁינוּ׃ 2
כׁ֤י שֶָּ֨ם שְִֽׁ אל֪וּנוּ שוֹ בינוּ דבְ רי־ שיר וְתוֹלָּ לִ֣ינוּ שמְחֶָּּ֑ה ש֥ירוּ לָָּ֗נוּ מ ש֥יר ציִֽׁוֹן׃ 3
איךְ נָּ ש֥יר אֶת־ שיר־יְהוֶָּּ֑ה עַָ֗ל אַדְמַ֥ת נ כָּרִֽׁ׃ 4
“1. Sui fiumi di Bavèl
là sedevamo e piangevamo
al ricordarci di Sion.
2. Ai salici in mezzo ad essa
avevamo appeso le nostre cetre
3. perché là ci chiedevano i nostri deportatori parole di canto
i nostri aguzzini gioia:
4. Cantateci da un canto di Sion!
Come potevamo cantare il canto del Signore
sul suolo dello straniero!”

Nota a margine
Questo Salmo è stato il motore di una lunga e prolifica tradizione che dall’antichità giunge fino ai nostri giorni sia in ambito ebraico sia in abito cristiano. E’, pertanto, un testo che permette di esplorare la “storia degli effetti” (Wirkungsgeshichte) e di costruire percorsi che spaziano dalla letteratura, all’arte, alla musica e oltre.12
Mi limito a citare la poesia di Salvatore Quasimodo “Alle fronde dei salici”:
«E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento».13

c. La poesia biblica, così come giunta a noi, è un documento letterario di notevole valore che, come tutti i documenti poetici provenienti dal mondo antico e in particolare dall’area semitica, ha precise caratteristiche: presenta una lingua maggiormente conservativa rispetto alla prosa, ha una ricchezza lessicale ed un’articolazione della lingua e delle sue possibilità espressive che la separano in modo evidente e inequivocabile dalla prosa. Occorre, per correttezza, precisare che su questo punto non c’è accordo tra gli studiosi. Alcuni, infatti, ritengono, primo fra tutti Kugel14, che non ci sia separazione tra prosa e poesia, anzi che ci sia un continuum che non oppone ma integra le due diverse modalità espressive. Inoltre, negli ultimi decenni, c’è chi ha negato la specificità della lingua e della sintassi della poesia biblica (Niccacci, ad esempio). Non abbiamo modo di affrontare oggi queste tematiche, ma mi sembra necessario precisare che la lingua poetica con la sua struttura e le sue caratteristiche rappresenti la forma più antica e non mediata di espressione, mentre la prosa, o meglio il racconto e non il dialogo, ha caratteristiche che mostrano una precisa rielaborazione linguistica frutto di scuole di scribi che hanno cercato di adattare la lingua ebraica alle precise esigenze del narrare. Anche i testi poetici, così come li troviamo oggi nella Bibbia, sono frutto di elaborazione letteraria e opera di scribi/poeti di grandissimo livello i quali, pur innovando sempre, hanno mantenuto le caratteristiche proprie della lingua e della forma poetica.15
Riporto come esempio alcuni versetti del confronto fra la versione in prosa (Gdc 4) e quella in poesia (Gdc 5) della disfatta di Sisara e della sua morte.
c1. Giudici 4,17-22 // Giudici 5, 24-31.

Giudici 4,17-22Giudici 5, 24-31
17 Intanto Sisara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Eber il Kenita, perché vi era pace fra Iabin, re di Cazor, e la casa di Eber il Kenita. 18 Giaele uscì incontro a Sisara e gli disse: «Fermati, mio signore, fermati da me: non temere». Egli entrò da lei nella sua tenda ed essa lo nascose con una coperta. 19 Egli le disse: «Dammi un po’ d’acqua da bere perché ho sete». Essa aprì l’otre del latte, gli diede da bere e poi lo ricoprì. 20 Egli le disse: «Sta’ all’ingresso della tenda; se viene qualcuno a interrogarti dicendo: C’è qui un uomo?, dirai: Nessuno». 21 Ma Giaele, moglie di Eber, prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì.
22 Ed ecco Barak inseguiva Sisara; Giaele gli uscì incontro e gli disse: «Vieni e ti mostrerò l’uomo che cerchi». Egli entrò da lei ed ecco Sisara era steso morto con il picchetto nella tempia.
24 Sia benedetta fra le donne Giaele, la moglie di Eber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda! 25 Acqua egli chiese, latte essa diede, in una coppa da principi offrì latte acido. 26 Una mano essa stese al picchetto e la destra a un martello da fabbri, e colpì Sisara, lo percosse alla testa, ne fracassò, ne trapassò la tempia. 27 Ai piedi di lei si contorse, ricadde, giacque; ai piedi di lei si contorse, ricadde, dove si contorse, là ricadde finito. 28 Dietro la finestra si affaccia e si lamenta la madre di Sisara, dietro la persiana: Perché il suo carro tarda ad arrivare? Perché così a rilento procedono i suoi carri? 29 Le più sagge sue principesse rispondono e anche lei torna a dire a se stessa: 30 Certo han trovato bottino, stan facendo le parti: una fanciulla, due fanciulle per ogni uomo; un bottino di vesti variopinte per Sisara, un bottino di vesti variopinte a ricamo; una veste variopinta a due ricami è il bottino per le spalle del vincitore!

Penso che il confronto non lasci spazio a dubbio alcuno: la prosa segue una via (stilistica, linguistica e di contenuto), la poesia un’altra. E, certo, la forza e il fascino della poesia travolgono e ci danno il senso di come quei fatti potessero essere richiamati alla memoria con parole che non sono un resoconto ma un’interpretazione sempre viva e vivida.
d. La poesia biblica, pur conservando caratteristiche che la accomunano per generi letterari e per modalità espressive, alla poesia del Vicino oriente antico e in particolare a quella dei popoli del Semitico del Nord-ovest, mostra tratti di sviluppo autonomo caratterizzati dalla quasi completa assenza di elementi mitologici e da un particolare sviluppo della tradizione sapienziale e di quella profetica. Nella Bibbia, inoltre, salvo rari casi, non si dà poesia narrativa o racconto epico. Se facciamo un confronto con i grandi poemi mitico/epici provenienti da Ugarit, che costituiscono patrimonio comune nell’area siro-palestinese negli ultimi secoli del II millennio a.C., la poesia biblica, pur mantenendo le caratteristiche del linguaggio poetico, si stacca in modo deciso e ci parla di cose altre. Ciò non esclude che anche in Israele ci fossero, all’alba del I millennio a.C., testi paralleli a quelli di Ugarit, ma della loro eventuale presenza non c’è giunta alcuna traccia se non qualche frammento ricostruibile attraverso i testi biblici. Si potrà dire che c’è stato un processo di normalizzazione e di cancellazione di ogni traccia idolatrica dopo l’unificazione del culto a Gerusalemme e dopo l’affermarsi del Dio Uno, ma è con le testimonianze che abbiamo che dobbiamo fare i conti.16
Per chiarire riporto un esempio tratto dal Salmo 68, testo che, nella sua difficoltà, conserva tratti arcaici e espressioni che derivano da un approccio religioso che precede la cosiddetta normalizzazione “deuteronomistica”.
d1. Salmo 68,5:
שׁ֤ירוּ ׀ לאִֽׁל הים֮ זַמְר֪וּ שְְׁ֫מ֥וֹ סֵ֡לֹוּ לָּר ֹ כִ֣ב בָָּ֭עֲרָּבוֹת בְיָּ֥הּ שְמָ֗וֹ וְ עלְז֥וּ לְצָּנָּיִֽׁו׃
“Cantate a Dio, inneggiate al suo nome,
spianate (la strada) a colui che cavalca le nubi,
Signore è il suo nome,
esultate alla sua presenza.”
Il passo nel testo conservato risulta normalizzato e, secondo la tradizione ebraica, viene inteso “colui che cavalca le steppe”, in riferimento all’esodo e agli anni del deserto. Ma per chiarire il senso dell’espressione e la sua portata “mitologica” riporto le parole del commento di Ravasi:
“Dio è chiamato in ebraico rkb b’rbot, un’espressione che erroneamente in passato si intendeva come “cavaliere delle steppe” con menzione all’esodo. In realtà il vocabolo significa anche nubi sulla base della filologia comparata (vedi Dt 33,26; Is 29,1; Sal 18,11; 104,3 ove si parla esplicitamente di ‘abot, “nubi”, come mantello o componente del corteo divino). Ugarit ci ha svelato che l’epiteto solenne di Baal, il dio della tempesta e della fecondità, era “cavaliere delle nubi”: anche Jahweh cavalca sulle nubi e la corsa del suo cocchio è fonte di pioggia per le terre attraversate (cf. Is 66,15; Ab 3,8; 2re 2,11; 6,17; 7,6; Sal 65,12) o anche di terrore quando le nubi producono uragani (Ger 4,13; Gl 2,5;Na 2,5). Israele assume, perciò, l’antico epiteto cananeo di Baal (rkb ‘rpt ugaritico […]), smitizzandolo, cioè spogliandolo della sua carica naturistico-immanentistica, e vedendolo come un’affascinante raffigurazione della trascendenza e della signoria di Jahweh sull’essere intero.”17
O forse, aggiungo io, è questa la traccia di una precedente visione mitica e politeistica legata alla principale divinità del pantheon israelitico, che ci mostra come, una volta giunti al Dio Uno, si cancellino i riferimenti idolatrici e mitologici e si rilegga con altre modalità ciò che prima era il patrimonio di una cultura comune con gli altri popoli dell’area cananaica.
e. La poesia biblica, una volta intesa come documento letterario, non è da valutare sulla base dell’interpretazione che la tradizione ebraica e quella cristiana hanno dato dei testi ma a partire dalle sue caratteristiche specifiche sia come forma sia come contenuto. L’esempio più evidente è il Cantico dei cantici che, nella sua forma e nel suo contenuto, è senza ombra di dubbio un insieme di canti d’amore dell’amato per la sua amata e dell’amata per il suo amato; canti ricolmi di sensualità che non si nasconde e di riferimenti sessuali espliciti. Un problema è l’interpretazione del testo nel suo senso ovvio e altro problema è il suo inserimento nel canone e la sua lettura spirituale e teologica.
Il Cantico dei cantici è, certamente, nel contesto biblico e più in generale del mondo antico, assieme a Giobbe, una delle più alte vette mai raggiunte dalla poesia probabilmente di tutti i tempi.
Un solo esempio che riporta uno dei dialoghi tra l’amata e l’amato.
e1. Cantico 4,16-5,1
עׁ֤וּ רי צָּצוֹן֙ וּבִ֣וֹ אי תימִָּּ֔ן הָּ צ֥י חי גַ נִ֖י י זְלִ֣וּ בְשָּמֶָּּ֑יו יָּבׁ֤אֹ דוֹ די֙ לְגַנִּ֔וֹ וְיאֹכִַ֖ל פְ ר֥י מְגָּדִָּֽׁיו׃
בִָּ֣א תי לְגַנ י֮ אֲח ֹ תִ֣י כַלָּה֒ אָ רׁ֤י תי מוֹ רי֙ עם־בְשָּ מי אָכַׁ֤לְ תי יַעְ רי֙ עם־ דבְ שי שָּ ת֥י תי י י נִ֖ י עם־חֲלָּ בֶּ֑י אכְלִ֣וּ ר עים שְת֥וּ
וְ שכְרִ֖וּ דוֹ דִֽׁים׃
“Levati, vento del nord, e vieni, vento del sud,
soffia nel mio giardino
si effonderanno i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e mangi i frutti squisiti!
Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
raccolgo la mia mirra con il mio balsamo
mangio il mio favo con il mio miele
bevo il mio vino con il mio latte.
Mangiate, amici, bevete
e inebriatevi, o cari!”

f. Dal confronto tra la poesia e la prosa bibliche emergono alcuni tratti di contrapposizione che permettono di individuare le caratteristiche specifiche e peculiari della lingua e della forma della poesia biblica.
La poesia procede per selezione sull’asse paradigmatico, mentre la prosa per combinazione sull’asse sintagmatico:

poesiaprosa
selezionecombinazione
segmentazione (non-linearità)linearità
parallelismo di elementi informativisequenza di elementi informativi

A questi tratti di struttura profonda della lingua della poesia e di quella della prosa si aggiungono elementi specifici legati alla sintassi e al sistema verbale:

poesia

prosa
sintassi non posizionalesintassi posizionale
sistema verbale apertosistema verbale chiuso

Detto questo, ci rimane da analizzare le forme specifiche della poesia biblica.
Senza volere cedere all’individuazione, peraltro improbabile e senz’altro macchinosa e dispersiva, dei diversi generi letterari della poesia biblica, si può affermare che nel testo biblico siano presenti tre grandi modalità di generazione del testo poetico che, oltre ad avere una specifica denominazione all’interno della Bibbia stessa, presentano anche specifiche strutture poetiche e linguistiche che le distinguono e le individuano.
1. Prima modalità poetica
Potremmo chiamare questo primo gruppo, ampio e articolato, di testi poesia lirica, legata al canto, alla preghiera, alla celebrazione e alla lode. Comprende testi legati soprattutto all’ambito sacro ma anche alcuni testi che potremmo definire profani. Tra questi ultimi cito la già menzionata lamentazione (, qinà) composta da David per la morte di Saul e di Gionata (2Sam 1, 19-27) e l’epitalamio regale di Salmo 45.
Di quest’ultimo cito il verso iniziale che riporta la voce del poeta:
1a. Salmo 45,2:
רָָּ֘חַׁ֤ש ל בי ׀ דָָּ֘בָּׁ֤ר טָ֗וֹב א ֹ מִ֣ר אָָּ֭נ י מַ עֲשִַ֣י לְמֶֶּ֑לֶךְ לְשוֹנָ֗ י עׁ֤ט ׀ סוֹ צר מָּ הִֽׁיר׃
“Effonde il mio cuore una parola buona
io proclamo al re le mie opere
la mia lingua è stilo di scriba veloce.”
Solo una nota esplicativa di questo testo unico nel suo genere nella Bibbia.

La parola utilizzata per indicare la composizione poetica, tradotta da molti con “poema”, è
מַעֲשִַ֣י , ma‘asaj, letteralmente “le mie opere”, come rendono la LXX e la Vulgata. Sottolineo solamente che la parola deriva dal verbo , ‘asà, “fare”, e che, senza volere istituire nessun rapporto diretto, richiama il greco ποίησις, poiesis, “poesia”, e il relativo verbo ποιέω, poiéo, “fare”.
Il termine che individua questa prima modalità poetica è , “cantico”18, ma anche , “salmo”19. La maggior parte dei Salmi appartiene a questo gruppo e, assieme a loro, diverse composizioni poetiche con le stesse caratteristiche contenute in altri libri della Bibbia.
Mi limito ad un solo esempio tratto dal Libro dei Salmi.
1b. Salmo 23:

Una nota attualizzante.
Il versetto 4 è il testo della canzone “Gam Gam” della tradizione Yiddish scritta da Elie Botbol e riportata nel film “Giona che visse nella balena”20 con l’arrangiamento di Ennio Morricone.
E’ bello riascoltare il canto sapendo da dove vengono le parole e il forte significato che hanno nella tradizione ebraica:

גַׁ֤ם כִֽׁי־ א לךְ בְ ג֪יא צַלְמֵָּ֡וֶת לא־ אירָּׁ֤א רָָּ֗ע כי־אַתָּ֥ה עמָּ דֶּ֑י שבְטְך֥
וּ משְעַנְתֶָ֗ך הִ֣מָּה יְנַחֲִֽׁמִֻֽׁנ י׃
Gam ki-‘elek beghè tsalmavèt
lo ’irà ra‘ ki ’attà ‘immadì
shivtekà umish‘antèka
hèmma jechammùni

Anche se camminassi nella valle dell’ombra della morte
non temerei alcun male perché tu sei con me,
il tuo bastone e il tuo vincastro
sono essi a consolarmi

2. La seconda modalità poetica
E’ la vasta letteratura sapienziale che riporta insegnamenti morali dei sapienti e dà indicazioni su come affrontare la vita e le sue difficoltà e su come evitare le insidie e i pericoli.
Il termine specifico è , mashàl,“proverbio, detto, aforisma”, che può assumere anche, in altri contesti, il valore generico di “composizione poetica”21. A , mashàl, la tradizione biblica accompagna altre composizioni proprie dei sapienti: , “indovinello, enigma” e  , “epigramma, satira”.
2a. Proverbi 1, 5-6:
י שְמִַ֣ע חָָּ֭כָּם וְיִ֣וֹסֶף לֶֶּ֑קַח וְנָּבָ֗וֹן תַחְבֻל֥וֹת י קְנֶהִֽׁ׃
לְהָּ בִ֣ין מָָּ֭שָּל וּמְ ליצֶָּּ֑ה דבְ ר֥י חֲכָּ מים וְ חידתִָֹּֽׁם׃
“5Ascolti il sapiente22 e aumenterà il sapere
e l’uomo accorto acquisterà le strategie
6per comprendere proverbio ed epigramma,
le parole dei sapienti e i loro enigmi”.
La poesia sapienziale è quella che meglio permette di cogliere la specificità della struttura sia linguistica sia metrica della poesia biblica.
Il tratto fondante della poesia biblica è il cosiddetto parallelismo delle parti (parallelismus membrorum), vale a dire la ripetizione nella seconda parte del verso dell’idea espressa nella prima parte con parole e immagini che, utilizzando l’enfasi, l’accumulazione e la ripetizione, rendono più vivido e profondo il pensiero. Chiunque legga un testo poetico della Bibbia ebraica, anche in traduzione italiana, riconosce subito questa specificità, che probabilmente è da attribuire, anche se non tutti concordano, con l’origine orale della poesia biblica.
Anche qui mi limito ad un solo esempio.
2b. Proverbi 2,1-6:

בְָ֭נ י אם־ תקִַ֣ח אֲמָּרֶָּּ֑י וּ מצְוֺתַָ֗י תצְפ֥ןֹ אתִָּֽׁךְ׃
לְהַקְ שִ֣יב לַחִָּֽׁכְמִָּ֣ה אָזְנֶֶּ֑ך תַטֶ֥ה לבְךָ֗ לַתְבוּנָּהִֽׁ׃
כׁ֤י אִ֣ם לַ בינִָּ֣ה תקְרֶָּּ֑א לַתְבוּנָָּ֗ה ת ת֥ן קוֹלֶךִֽׁ׃
אם־תְבַקְשֶ֥נָּה כַכֶָּּ֑סֶף וְִֽׁכַמַטְמוֹ נ֥ים תַחְפְשִֶֽׁ נָּה׃
אָָּ֗ז תָָּ֭ בין י רְאִַ֣ת יְהוֶָּּ֑ה וְדִַ֖עַת אֱל הִ֣ים תמְצִָּֽׁא׃
כִֽׁי־ָ֭יְהוָּה י תִ֣ן חָּכְמֶָּּ֑ה מ פיו דִַ֣עַת וּתְבוּנָּהִֽׁ׃

1 Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e i miei precetti custodirai in te, 2 tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza, 3 se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, 4 se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, 5 allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio, 6 perché il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca esce scienza e prudenza.

I sei versi del componimento sono organizzati seguendo la tecnica del parallelismo sinonimico che prevede che nella seconda parte del verso siano usate parole in sinonimia con quelle dette nella prima parte; non si tratta di vana ripetizione ma di potenziamento dei concetti espressi. Si pensi che nella cultura semitica i testi non erano letti mentalmente come faremmo noi ma pronunciati ad alta voce, di conseguenza la tecnica dell’accumulazione permette di chiarire l’idea espressa e di catturare l’attenzione di chi ascolta.
Analizziamo il primo versetto. In parallelismo troviamo le seguenti coppie di parole: accoglierai//custodirai e le miei parole//i miei precetti. La parola del secondo versetto che è tradotta con “custodirai” ha un valore semantico più forte: “nasconderai, occulterai”, quindi: “terrai dentro di te nel recesso più intimo”. Si tratta poi di una parola più ricercata e rara rispetto al “prendere, accogliere” della prima parte, per cui chi ascolta è chiamato a riflettere a partire dalla specificità della lingua e della forma poetica.
Inoltre, e qui entriamo nella analisi retorica, il verso, nel testo ebraico ovviamente ma non in tutte le traduzioni, presenta una struttura chiastica (A + B//B’ + A’) che si ritrova in molti altri versi della poesia biblica:

[Figlio mio], se tu accoglierai (A) le mie parole (B)
e i miei precetti (B’) custodirai (A’) in te.

Non mi addentro nell’analisi metrica, dico solo che, secondo la maggior parte degli studiosi, il verso presenta una struttura di 3 + 3 accenti, con le due parti del verso in equilibrio.
3. La terza modalità poetica E’ la più complessa e la più difficile da definire perché riguarda la variegata produzione poetica dei testi dei Profeti, i cui detti per avere maggiore forza espressiva hanno una struttura poetica che si diversifica e si adegua alla tipologia di ogni oracolo o di ogni invettiva.
Due sono i termini usati per indicare gli oracoli e i detti dei Profeti: , ne’ùm, “oracolo, vaticinio”, e  , massà, “invettiva (contro i popolo idolatrici)”.
La struttura poetica dei detti profetici è varia ed articolata e non sempre risponde a quelle che sono le strutture proprie della poesia biblica; è, in certo modo, libera e si adegua al pensiero che il profeta vuole esprimere. Sono presenti versi complessi articolati spesso in forme brevi la cui struttura metrica è difficile da definire.
Al di là dei problemi interpretativi, la poesia profetica ha una forza espressiva travolgente; si pensi alle invettive di Amos o di Geremia, o al fiume incontenibile delle parole di Isaia.
Vediamo alcuni esempi.

Il primo, tratto dal profeta Amos, ci mostra la forza della lingua poetica basata sul parallelismo:
3°. Amos 1,2:

וַיאֹמַַ֓ר ׀
יְהוָּה֙ מ ציִ֣וֹן י שְאִָּּ֔ג וּ מירוּשָּ לם י תִ֣ן קוֹלֶּ֑וֹ
וְאִָּֽׁבְלוּ֙ נְאִ֣וֹת הָּר ֹ עים וְיָּ בִ֖ש ר֥אֹש הַכַרְמִֶֽׁל׃

Egli disse:
Il Signore ruggisce da Sion
e da Gerusalemme dà la sua voce
e sono desolate le steppe dei pastori
e si inaridisce la cima del Carmelo.

La struttura del parallelismo è chiara ed evidente. Quello che va notato, per una analisi poetica, è che il versetto biblico non corrisponde automaticamente al verso poetico. In questo versetto, infatti, sono presenti due versi, evidenziati nella traduzione.
Il secondo esempio, tratto dal profeta Isaia, ci fornisce un caso di poetica complessa e articolata. Riporto solo la seconda parte di questo oracolo famoso, precisando che a parlare è il Signore, non il profeta.
3b. Isaia 1, 14-17:

חָּדְ שיכֶׁ֤ם וּמוֹעֲ דיכֶם֙ שָּנְאִָּ֣ה נַצְ שי הָּי֥וּ עָּלִַ֖י לָּטֶּ֑רַֹח
נ לְ אִ֖י תי נְשִֽׁאֹ׃
וּבְצָּ רשְכִֶ֣ם כַ פיכֶָ֗ם אַעְ לׁ֤ים עינַי֙ מכִֶּ֔ם גֵַּ֛ם כִֽׁי־תַרְב֥וּ
תְ צלִָּ֖ה אינִֶ֣נ י ש ֹ מֶּ֑עַ יְ דיכִֶ֖ם דָּ מ֥ים מָּ לאִֽׁוּ׃
רַחֲצוּ֙ הזַכִּ֔וּ הָּ סֵּ֛ירוּ ר֥עַֹ מַעַלְ ליכִֶ֖ם מנִֶ֣גֶד עינֶָּּ֑י
חדְלִ֖וּ הָּ רִֽׁעַ׃
למְד֥וּ הי טֵּ֛ב
דרְש֥וּ משְפִָּ֖ט
אַשְרִ֣וּ חָּמֶּ֑וֹץ
שצְטִ֣וּ יָּתִּ֔וֹם
רִ֖יבוּ אַלְמָּנָּהִֽׁ׃ )ס (

14 I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. 15 Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. 16 Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni da di fronte i miei occhi. Cessate di fare il male, 17 imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova».

Nella parte finale la struttura linguistica e poetica ci mostra una modalità testuale diversa da quelle analizzate sopra: il verso è composto in ebraico da brevi frasi (verbo al’imperativo seconda persona maschile plurale seguito dall’oggetto). Tale o analoga struttura la si ritrova in altri oracoli dei Profeti e ne caratterizza e ne amplifica la forza espressiva. 
Un ultimo esempio, tratto sempre dal profeta Isaia. Riporto la parte centrale dell’oracolo in cui il Profeta, che è un abile poeta, usa l’anafora come procedimento che dà una forza particolare al suo dire.
3c. Isaia 2, 12-18:

י י֞וֹם לַיהוָּ֧ה צְבָּאֵּ֛וֹת 12
עַ֥ל כָּל־ גאִֶ֖ה וָּרֶָּּ֑ם
וְעִַ֖ל כָּל־נ שָּ֥א וְשָּ צִֽׁל׃
וְעַל֙ כָּל־אַרְ זִ֣י הַלְבָּנִּ֔וֹן הָּרָּ מִ֖ים וְהַנ שָּ אֶּ֑ים 13
וְעִַ֖ל כָּל־אַלוֹ נ֥י הַבָּשִָּֽׁן׃
וְעִַ֖ל כָּל־הֶהָּ רִ֣ים הָּרָּ מֶּ֑ים 14
וְעִַ֖ל כָּל־הַגְ בָּע֥וֹת הַנ שָּאִֽׁוֹת׃
וְעִַ֖ל כָּל־ מגְדִָּ֣ל גָּבֶּ֑הַֹ 15
וְעִַ֖ל כָּל־חוֹמָּ֥ה בְצוּרִָּֽׁה׃
וְעִַ֖ל כָּל־אֳנ יִ֣וֹת תַרְ שֶּ֑יש 16
וְעִַ֖ל כָּל־שְ כי֥וֹת הַחֶמְדִָּֽׁה׃
וְשַח֙ גַבְהִ֣וּת הָּאָדִָּּ֔ם וְשָּ צִ֖ל רִ֣וּם אֲנָּ שֶּ֑ים 17
וְנ שְגַ֧ב יְהוֵָּּ֛ה לְבַדִ֖ וֹ בַי֥וֹם הַהִֽׁוּא׃
וְהָּאֱ לי לִ֖ים כָּ ל֥יל יַחֲלִֽׁף׃ 18

12 Poiché ci sarà un giorno del Signore degli eserciti contro ogni superbo e altero, e contro chiunque si innalza ad abbatterlo; 13 e contro tutti i cedri del Libano alti ed elevati, e contro tutte le querce del Basan, 14 e contro tutti gli alti monti, e contro tutti i colli elevati, 15 e contro ogni torre eccelsa, e contro ogni muro inaccessibile, 16 e contro tutte le navi di Tarsis e contro tutte le imbarcazioni di lusso. 17 Sarà piegato l’orgoglio dell’uomo, sarà abbassata l’alterigia degli uomini; sarà esaltato il Signore, lui solo in quel giorno 18 e gli idoli spariranno del tutto.

Per dieci volte viene ripetuta la formula עַ֥ל כָּל , ‘al-kol, “sopra/contro ogni”, che rende martellante la critica contro tutto i superbi e i potenti, immortalati nello stupendo e travolgente linguaggio metaforico utilizzato.
Per concludere, vorrei spendere due parole per quella che potremmo definire la quarta modalità poetica: la poesia d’amore testimoniata nel Cantico dei cantici. Il Cantico dei cantici, assieme a Giobbe, è l’unico libro poetico in cui è possibile riconoscere una struttura ed uno sviluppo. Nel Cantico è possibile riconoscer cinque scene, in cui i due protagonisti, l’amata e l’amato, parlano e duettano; si perdono, si cercano, si rincorrono e si ritrovano; tessono le lodi l’uno dell’altra. Un coro, in alcune parti, interagisce con loro; in altre una voce terza descrive ciò che sta accadendo. Le immagini, i paragoni e le metafore si susseguono con una ricchezza senza pari e la poesia che ne scaturisce tocca il nostro cuore così come toccò quello dell’amato e dell’amata, le cui ultime parole sono quelle che in ogni tempo ogni amato vorrebbe che la sua amata le dicesse, e viceversa.

4a. Cantico 8, 6-7:

שי מנ י כִַֽׁחוֹתִָּׁ֜ם עַל־ לבֶָ֗ך כִַֽׁחוֹתָּם֙ עַל־זְרוֹעִֶּ֔ך כִֽׁי־עַזָּׁ֤ה כַמָּ֙וֶת֙
אַהֲבִָּּ֔ה קָּשָּ֥ה כשְאִ֖וֹל קנְאֶָּּ֑ה רְשָּצֶֶ֕יהָּ רשְ פי אִ֖ש שַלְהֶ֥בֶתְיָּהִֽׁ׃
7 מִַ֣י ם רַ בים לׁ֤א יִֽׁוּכְלוּ֙ לְכַבִ֣וֹת אֶת־הִָּֽׁאַהֲבִָּּ֔ה וּנְהָּרִ֖וֹת לִ֣א
י שְטְצֶּ֑וּהָּ אם־י תן איש אֶת־כָּל־הׁ֤וֹן ב יתוֹ֙ בָּאַהֲבִָּּ֔ה בִ֖וֹז יָּב֥וּזוּ
לִֽׁוֹ׃ )ס (

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è amore, la gelosia è dura come lo Sheol. I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente. 7 Le grandi acque non potrebbero spegnere l’amore, i fiumi non potrebbero sommergerlo. Se un uomo desse tutti i beni di casa sua in cambio dell’amore, sarebbe del tutto disprezzato.

Questo è il vertice della poesia biblica, un inno all’amore che tutto vince e che, proprio perché nella Bibbia, si apre ad ogni interpretazione e ci lascia il compito di vivere, qui ed ora, in pienezza tutto ciò che è amore, in terra e in cielo.
La porta di questo amore ci è aperta dalla poesia.

Bibliografia minima
Alter, Robert,
L’arte della poesia biblica, Edizioni San Paolo, Milano, 2011.
Ceronetti, Guido,
Il Cantico dei Cantici, Adelphi, Milano, 1982.
Ceronetti, Guido,
Il Libro di Giobbe, Adelphi, Milano, 1981.
Ferrari, Sara,
Poeti e poesie della Bibbia, Claudiana, Torino, 2018.
Flora, Francesco,
La poesia della Bibbia, Nuova Accademia, Milano, 1959.
Kugel, James L.,
The Idea of Biblical Poetry. Parallelism and its History, Johns Hopkins University Press, Baltimora/London, 1981.
Schökel, Luis Alonso,
Antologia della poesia biblica, Piemme, Casale Monferrato, 1995.
Schökel, Luis Alonso,
Manuale di poetica ebraica, Queriniana, Brescia, 1989.