Letture festive – 147. Sangue – Santissimo corpo e sangue di Cristo – Anno B

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Santissimo corpo e sangue di Cristo – Anno B – 2 giugno 2024
Dal libro dell’Èsodo – Es 24,3-8
Dalla lettera agli Ebrei – Eb 9,12-15
Dal Vangelo secondo Marco – Mc 14,12-16. 22-26


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letture festive 147

La relazione del sangue con le concezioni e le pratiche religiose ha una storia antica e primordiale tanto per con Dio quanto per senza Dio, essendo il sangue molto concretamente ma anche simbolicamente, fattore e veicolo di vita, finché scorre nei corpi dei viventi o, all’opposto, indicatore di morte, nel momento in cui viene versato e la vita abbandona il corpo dal quale il sangue esce in una modalità o quantità appunto mortale. Nel testo di Esodo il sangue è invocato e concretamente utilizzato nell’ambito di un solenne rito religioso che sancisce l’alleanza nella quale il popolo si impegna solennemente ad ascoltare, accogliere ed eseguire tutte le parole e i comandamenti ricevuti da Dio. Il sangue nel rito evoca, da una parte, la liberazione dalla schiavitù in Egitto, nella notte in cui il sangue sugli stipiti delle porte ha preservato gli abitanti dallo sterminio dei primogeniti, uomini e animali compresi; in quel caso si era trattato di uno sterminio dei primogeniti deciso e inflitto da Dio come una pena del contrappasso e come una vendetta, dal momento che Faraone non voleva lasciare libero Israele, popolo che Dio aveva dichiarato essere il suo primogenito. Dall’altra parte, il rito consiste in una sorta di patto di sangue, volto a sancire la serietà dell’impegno preso e in caso di violazione a ricordare la corrispondente gravità delle sanzioni, che arrivano a toccare la vita dei contrenti fino a minacciarne la morte, simboleggiata dal sangue versato. Nel rito Dio viene evocato attraverso l’altare sul quale viene versata la metà del sangue, mentre l’altra metà viene utilizzata per aspergere il popolo, dopo la lettura solenne delle parole divine scritte nel libro dell’alleanza. In questo rito, un aspetto che oggi fa giustamente problema a molti lettori credenti, con Dio o senza Dio, di queste pagine veterotestamentarie è il fatto che il trasferimento su animali non umani di pratiche che coinvolgono il sangue non rimane solo simbolico. L’utilizzo del sangue di animali, infatti, (come del resto fin dai tempi più antichi e anche in società, culture e religioni extra-bibliche) si fa molto concreto nella sua estrema violenza, una violenza legittimata socialmente, culturalmente e religiosamente, violenza che viene concretamente agita sui corpi degli animali. Oggi le scienze hanno ampiamente chiarito a con Dio e a senza Dio che gli animali non umani – e in particolare i mammiferi, categoria a cui per lo più appartengono quelli sacrificati – sono non soltanto dei viventi ma anche dei senzienti, capaci di avvertire dolore non solo sul piano fisico ma anche su quello emotivo. Nonostante questo, fin dall’antichità e nella maggior parte delle tradizioni religiose, compresa quella veterotestamentaria qui testimoniata, i corpi degli animali sono stati trattati per lo più alla stregua di oggetti, di cose delle quali si può disporre liberamente per le esigenze umane, in questo specifico caso la rappresentazione simbolica e rituale dell’alleanza religiosa con il divino. Il fatto che il cristianesimo non abbia mai incluso nelle proprie pratiche religiose questo spargimento concreto di sangue non risolve, tuttavia, il problema che, infatti, rimane aperto, tanto per con Dio quanto per senza Dio, in almeno in due ambiti. Il primo ambito problematico riguarda il riproporsi anche nel cristianesimo di mentalità, meccanismi e pratiche sacrificali che sembrano richiedere comunque un qualche tipo di vittima da sacrificare, anche nel caso si operi una sorta di trasferimento/sostituzione vicaria della vittima stessa con qualcuno o con qualcosa di diverso. Il secondo ambito problematico riguarda la legittimazione etica, fin dalle origini e ancora oggi, da parte del cristianesimo nella sua quasi totalità, dell’uccisione di animali, per scopi economici e alimentari certamente diversi da quelli rituali, ma che tuttavia producono sui corpi degli animali effetti pressoché identici a quelli prodotti delle uccisioni per scopi rituali e religiosi.

Il messaggio cristiano, anche attraverso testi come questo della lettera agli Ebrei, ha certamente contribuito, per con Dio e per senza Dio, al superamento dei sacrifici animali e del relativo violento spargimento di sangue per motivi religiosi. L’argomentazione di questo brano neotestamentario, tuttavia, non nega il valore dei sacrifici animali e del relativo spargimento di sangue, bensì sostiene la superiorità dell’unico sacrificio operato da Cristo. Questi, infatti, mosso dallo Spirito, ha offerto sé stesso come vittima sacrificale senza macchia a Dio e viene definito come mediatore di una nuova alleanza, dal momento che attraverso lo spargimento del proprio sangue e con la propria morte, avvenuta in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, ha consentito ai chiamati cui era stata promessa un’eredità eterna di riceverla. Il confronto con i sacrifici cruenti di animali riconosce comunque che questi sacrifici, rappresentati dal sangue dei capri e dei vitelli e dalla cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne. Il sangue di Cristo rappresenta, rispetto al sangue degli animali sacrificati, un di più, per il fatto di purificare la nostra coscienza dalle opere di morte, affinché possiamo servire il Dio vivente. Il pensiero che, tra le opere di morte da cui dovrebbe essere purificata la coscienza degli umani, vi sia anche l’uccisione degli animali non-umani probabilmente non sfiora neppure l’autore della lettera. Possiamo notare, quindi, come anche la lettera agli Ebrei rimanga pienamente all’interno della logica e del linguaggio sacrificale veterotestamentario, benché sostituisca i sacrifici ripetuti di vittime animali con l’unico sacrificio divino-umano del Cristo. Nel fare questo, peraltro, si produce una sorta di paradossale inversione del percorso storicamente più consueto, che sostituisce i sacrifici di esseri umani con quelli di animali, come rappresentato ad esempio anche nel racconto biblico di Isacco. In ogni caso rimane per con Dio e per senza Dio, il problema di una salvezza che per realizzarsi sembra dover necessariamente passare attraverso lo spargimento del sangue di un vivente, in questo caso il Cristo divino-umano.

Nel racconto di Marco dell’ultima cena di Gesù con i suoi, le parole di Gesù riguardo al suo corpo e al suo sangue dell’alleanza, che è versato per molti, presentano riferimenti evidenti a due temi biblici, facili da cogliere per i lettori con Dio o senza Dio delle Scritture. Il primo tema è quello del sacrificio cruento, che abbiamo già incontrato tanto nel brano di Esodo quanto nella lettera agli Ebrei, mentre il secondo tema è quello della morte salvifica di Gesù in croce, intesa, anche in questo caso, come sacrificio cruento che consente appunto, attraverso il suo sangue versato, la salvezza. Fin qui ci troviamo ancora in una narrazione apparentemente debitrice nei confronti di una mentalità religiosa di tipo sacrificale, dove il sangue versato di qualcuno è necessario perché qualcun altro possa essere salvato. Ma vi è, per con Dio e per senza Dio, la possibilità di re-interpretare le parole di Gesù anche in un modo decisamente diverso, sottraendole radicalmente alla loro matrice sacrificale e – in ultima analisi violenta – per intenderle, invece, alla luce di una radicale nonviolenza, e ri-significarle nel contesto quella che diventerà la celebrazione sacramentale di un pasto comunitario, condiviso nel nome di Gesù e capace di nutrire e di dare gioia a tutti coloro che vi partecipano. Un elemento decisivo di questa interpretazione riguarda la scelta di dove porre, nel racconto di Marco, l’accento all’interno della frase di Gesù: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti». Se l’accento cade sul “mio sangue”, come solitamente avviene, si sottolinea la centralità del sangue versato – quello delle vittime animali, prima, e quello di Gesù crocefisso, poi – come mezzo di salvezza, un mezzo che in questo caso trova nel calice di vino soltanto una rappresentazione, tra le diverse possibili. Se invece l’accento cade sul “questo” che è il calice del vino nella cena comunitaria, quella che si sottolinea è una sorta di completa sostituzione di ciò che prima era necessario fosse un sangue versato, quello delle vittime animali, prima, e quello di Gesù crocefisso, ora. Ebbene quel sangue viene sostituito qui dal calice del vino che, nel contesto di una celebrazione rituale e comunitaria, consente un’esperienza salvifica e gioiosa per tutti i molti, con Dio o senza Dio, che vi partecipano sacramentalmente. Si possono fare, al riguardo, due osservazioni: il tema della presenza reale, che negli ultimi secoli ha caratterizzato così fortemente l’approccio della teologia cattolica dei sacramenti, potrebbe essere approfondito attraverso il superamento di una logica sacrificale che rischia di restare comunque inevitabilmente violenta. Ciò potrebbe avvenire attraverso una sorta di inversione tra i due termini del binomio sacramentale pur nella conservazione della loro identità: più che essere il vino condiviso tra i discepoli che in qualche modo scompare, diventando e quindi essendo realmente il sangue versato di Gesù, si potrebbe affermare che è il sangue versato di Gesù che in qualche modo scompare, diventando e quindi essendo realmente il vino condiviso tra i discepoli. In questo modo la completa sostituzione di un sangue versato in modo violento con un vino versato in modo nonviolento, mentre non toglie l’identità indicata dal verbo “è”, riesce però nello stesso tempo a togliere dalla celebrazione comunitaria e sacramentale della cena l’aspetto violento che il sangue versato evoca. La seconda osservazione riguarda le parole che il Gesù di Marco fa seguire a quelle sul sangue versato: “in verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”; ebbene queste parole – benché sottintendano la sua morte – non fanno riferimenti sacrificali ma rimandano invece al momento futuro in cui il vino, frutto della vite, potrà essere bevuto nuovo, nel regno di Dio, dallo stesso Gesù. Ma se questo è vero, allora potremmo dire che, in realtà, in ogni celebrazione comunitaria e sacramentale, tutti noi con Dio e senza Dio ci troviamo già ad abitare il futuro promesso da Gesù e beviamo già il vino nuovo frutto della vite, insieme a quello stesso Gesù che ha promesso di essere già presente, come nostro commensale nella cena comunitaria, in quel regno che è già qui, in mezzo a noi.