La preghiera a perdifiato

 

  di Antonio Nepi

In un mondo come il nostro così disorientato, frammentato e spesso superficiale, la parola pregata sorprende; «fanno restare senza fiato oggi le mani giunte» (P. Celan). Nel contempo la preghiera, tra urlo e silenzio, non è mai inutile, ma registrata da Dio, persino quando rasenta la bestemmia, come dice il salmista: «Le lacrime del mio vagare tu le raccogli nel tuo otre» (Sal 56,8-9). La prima tensione è percepibile là dove si spengono le luci delle discoteche e gli zingari della notte si perdono, mentre si accendono le tremule candele di monasteri o di chi si leva a svegliare l’aurora. Pregare è testimoniare una compagnia, una seduzione dell’Invisibile che si è reso visibile nel volto di Gesù, in una comunione orante. Cristo è la via della preghiera, Maria la mostra, lo Spirito la spiega.

Come diceva il monaco contemplativo orientale Evagrio, «a pregare si impara pregando». La preghiera non è dire preghiere, non si apprende dai libri, ma è esperienza. Non è naturale pregare, ma si apprende facendolo. «Prega e imparerai», come «venite e vedrete» (Gv 1,39). Lo stesso Gesù mette in guardia dall’illusione di capire la Scrittura conoscendola, anziché vivendola e pregandola. Del resto il primo biblista è stato il serpente (Gn 3), come pure il diavolo nelle tentazioni che cita le parole di Dio. Esiste una manipolazione della parola pregata così come non può esistere una teologia che non sia orante. Lex credendi, lex orandi, lex vivendi.

I testi dell’AT, in particolare il Salterio, ci presentano vari tipi di preghiera: di lode, di ringraziamento, di domanda, di supplica e di richiesta di giustizia, in cui è possibile dare del «tu» a Dio. La preghiera autentica, però, è primariamente ascolto, un farsi vuoto per ascoltare Dio e gli altri, preparandosi alla sorpresa e al dono dell’incontro (che è attesa del tutto in un abbraccio). Proprio dalla preghiera dei Salmi emerge la forza della preghiera che possiamo riassumere in tre immagini: innamoramento e desiderio (come la S. Teresa d’Avila del Bernini, la quale diceva: «Signore liberami dalle sciocche devozioni dei santi tristi»); respiro («Pregare è respirare e, se non si respira, si muore», insegnava S. Kierkegaard); pensieroDenken ist danken», «pensare è ringraziare», affermava M. Heidegger); perché chi riflette e ringrazia con la Parola ottiene consolazioni straordinarie, che umanamente sarebbe incapace di intuire. L. Wittgenstein diceva: «Pregare è pensare al senso della vita». Luis di Leòn parlava della parola pregata come navigazione che dischiude oceani inediti, una espressione particolarmente amata dal mio maestro P. Luis Alonso Schökel, che voleva sottotitolare il suo commento ai Salmi proprio come «parola pregata» (palabra rezada). Questa ricerca di senso accomuna il credente e l’ateo. La preghiera è madre: germina la nostra vita nel grembo di Dio, e Dio nel grembo della vita, come amava ripetere Romano Guardini: «Io prego perché vivo, vivo perché prego».

Nell’AT la preghiera precede le parole, prima di diventare l’ansimo del viandante. Nasce da un’esperienza, dalla passione del dolore, dalle albe e spesso dalle notti. Ed è bello appropriarsi di vite pregate o di preghiere vissute di persone remote eppure reali, proprio perché umane.

Nel NT molti testi parlano della preghiera, Luca in particolare. Ne scegliamo alcuni significativi. Un primo breve accenno va all’Ave Maria una preghiera: «Santa Maria prega per noi». E una richiesta di essenzialità totale. Libera dalla senilità dello Spirito, non tenta di arruolare Dio, ma è abbandono nella sua vertigine.  Come un bambino, il credente grida la sua fame di calore, di affetto, di presenza. Non domandiamo grazie particolari a Maria, ma la Grazia. E Lei intercede, si colloca – come dice il verbo “inter-cedere” – tra la nostra povertà e Dio, l’unico ad essere Leale e Fedele. Grazie a Lei le nostre anfore di vita, vuote d’acqua, possono trasformarsi in vino buono.

Il Padre Nostro è squisitamente la sintesi della preghiera cristiana. La Bibbia, che non ama essere monocorde, ne offre due versioni. Quella in Lc 11,1s rispetto a Mt 6 è più concisa e forse la più antica. Va notato che nel Padre Nostro diciamo: «prega per noi» al plurale, non «per me». La preghiera cristiana è una preghiera espropriata, è la preghiera ecclesiale, comunitaria, è la preghiera dell’abbraccio che si allarga sul mondo. Pregare non è facile non si limita a ripetere formule. È difficile perché dobbiamo essere veri con noi stessi. La vera conversione comincia proprio con il chiamare per nome il nostro peccato di base, che è l’incredulità, da cui nascono gli altri. E il grande peccato del mondo, per la Bibbia, è l’orgoglio, l’autosufficienza. Pregare non ha altro scopo che chiedere a Dio che ci doni sé stesso, il senso della nostra vita.

Un breve compendio del testo: «Abba» (una parola intima, come il nostro «babbo»); «sia santificato il tuo nome» (= dimostra la tua unicità e la tua potenza nel mondo); «dacci il nostro pane quotidiano» (non solo il pane materiale, ma facci capire la tua volontà nella nostra storia); poi la richiesta di perdono dei peccati e, soprattutto, di tutelarci nella prova, che fa parte del cammino di ogni credente. Dio non tenta nel senso di incitare al male, ma ci mette nel crogiuolo, ci rivela la profonda verità di noi stessi, dove scommettiamo la nostra vita, quali valori possono prendere il suo posto. «Liberaci dal male/maligno» è chiedere a Dio di liberarci da tutto ciò che ci fa morire, che ci rende bestiali. Ma l’uomo, pur succube del fascino del peccato, resta nemico del peccato, per la promessa di Dio: «Porrò inimicizia tra la stirpe della donna e la tua stirpe» (Gen 3,15). Allora la preghiera del cristiano diventa: «Io cadrò, potrò cadere ancora, il male potrà pugnalarmi a tradimento, ma non vorrò mai diventare mai alleato o amico del male». Origene chiamava il bene presbyteron, perché anteriore, più originale del peccato delle origini.

  Segue poi la bellissima immagine dell’amico fastidioso (Lc 11,5-8). A Dio piace essere infastidito dalla nostra preghiera. Egli non delude mai: «Cercate e troverete». Domanda il Siracide: «C’è stato mai qualcuno che è stato deluso da Dio?». Solo che Dio ha i suoi tempi. All’uomo tocca non porgli scadenze, perché questa è la mormorazione, etimologicamente abbaiare contro Dio, contestarlo e metterlo sotto processo. Paolo spesso inviterà a questo non stancarsi mai di pregare, perché non pregare significa riprendersi il tempo e la vita che abbiamo promesso a Dio, significa precipitare nell’idolatria.

Qual è il contenuto della nostra richiesta? Lo Spirito Santo al primo posto (Lc 11,13) Certamente rientrano nelle nostre domande la salute, il lavoro, beni primari ed essenziali. La promessa è che a chi bussa con fede sarà aperto. Quando e dove pregare? Incessantemente. Il luogo principe è la liturgia comunitaria, ma non deve mancare la preghiera personale: sono in simbiosi. Come pure va recuperata la famiglia come luogo primario della scuola di preghiera.

Il testo di Mt 6,5-9 ci dice che Gesù non solo ci ha dato le parole per pregare, ma ci ha soprattutto insegnato come pregare. La prima modalità è quella di essere liberi da ogni ipocrisia. Normalmente ci si può nascondere dagli altri e da sé stessi, ma nel pregare non è assolutamente possibile, perché si è sotto lo sguardo di Dio, scrutati da Lui. Allora la preghiera, come il roveto ardente di Mosè, è il fuoco trasformante e purificatore. Per usare un’immagine sempre di Mosè, è il parlare, spesso il restare in silenzio con Dio «faccia a faccia», che non indica visione diretta, ma ascolto, intimità, meglio complicità d’amore. Oggi diremmo “a tu per tu”. Solo chi ha amato può capire nella profondità questo rapporto di complicità, che ha bisogno di raccoglimento, interiorità. Nessuna teatralità, dunque, né giudizio come il fariseo e il pubblicano.

Un altro testo poco noto è Ap 8. Si parla di un angelo che, accanto ai profumi, presenta a Dio le preghiere di tutti i santi. Dio le trasforma e le potenzia. Poi l’angelo prende un incensiere e lo getta sulla terra. Un messaggio di consolazione importante. Nelle preghiere i credenti contribuiscono ad alimentare ulteriormente l’energia di Dio nella storia, a cambiare e convertire il mondo.

La Bibbia conosce anche una “preghiera” negativa, quando la lingua uccide più della spada il fratello o la bocca diventa fonte da cui fiotta acqua inquinata che avvelena i rapporti e denigra i vissuti (Sal 5,10; 12,4; Gc 3,4). La lingua del vero discepolo di Gesù intercede sempre per gli altri e sceglie sempre il bene. Il credente la indossa come potente armatura. Vi sono tentazioni che possono essere vinte solo con la forza della preghiera (Mc 9,29), collegate alle armi della penitenza e del digiuno e a quelle delle tre virtù teologali: la fede, la speranza, la carità.

La domanda che risuona a partire proprio dal “Padre nostro” è come pregare. La tradizione della Chiesa ci presenta sostanzialmente tre modalità di complicità con Dio.

La prima è la preghiera vocale, che coinvolge i sensi del corpo all’interiorità dello spirito, perché l’essere umano non è disincarnato. Forse l’immagine più suggestiva è il movimento corporeo dei nostri fratelli ebrei quando pregano, diverso dalla fissità asettica dei nostri cristiani tra i banchi. Va interpretata nel senso che Benedetto suggerisce nella sua Regola: «La nostra mente sia accordata alla nostra voce» (Regola 19,7). Non il contrario, perché evitiamo l’autoreferenzialità, l’auto-idolatria, i desideri inquinati, rispettando invece il primato di Dio.

La seconda preghiera meditativa corrisponde a quella che Gregorio Magno chiamava il «colligere animam in Deum», meditando come Maria (syllabousa), cioè ricomponendo come in un puzzle gli eventi e le parole (in ebraico si dicono con lo stesso termine dabar).

La terza è la preghiera contemplativa, che unifica l’essere, un gioco di sguardi in cui entra nell’ottica dell’Altro. Si tratta di una preghiera fatta di silenzio. È il vertice della preghiera, in cui non si usano parole proprie, ma ci si lascia pervadere dalla presenza di Dio. Si percepisce lo sguardo ed il fuoco trasformante di Dio, come Mosè al roveto del Sinai, nell’ascolto della del «silenzio frammentato, intermittente» di Elia (1Re 19) che sfiora il mistero di Dio.

La preghiera però spesso risulta difficile, perché Dio molte volte ci appare l’Avversario, ci affronta in una lotta, come appare nella Bibbia, per Giacobbe, Mosè, Elia. Non dimentichiamo la lotta di Gesù nel Getsemani, e il suo grido sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», prima di abbandonarsi al Padre: «Nelle tue mani affido il mio Spirito». Anche per noi Dio diventa l’incomprensibile, l’intollerabile, Colui che tace. In momenti del genere spesso proviamo sentimenti di insofferenza, di mancanza, di scarso entusiasmo; ci irroriamo di lacrime spente che poi esplodono nella nostra solitudine più nascosta. Si tratta di quella che San Giovanni della Croce chiama la «notte oscura», il deserto dove ogni credente può trovare il “tutto o il nulla”. È la notte dell’aridità, del disincanto; la notte, come direbbe il Cantico dei Cantici, in cui l’Amata non ritrova l’Amato e pensa di averlo perso. Purtuttavia, con gli occhi della fede, è il percorso – o prova – mediante cui Gesù attraversa il suo venerdì santo prima dell’albore dl Pasqua. Una lotta in cui ci vuole tutti per lui, senza altri riferimenti falsi. Allora la notte oscura diventa notte d’amore. Va ricordato Lutero, il quale diceva che Dio ama più le bestemmie ed il grido dell’uomo disperato, anziché le preghiere devote e meccaniche dei benpensanti e dei comodi religiosi.

Un’ultima suggestione la rubiamo ad un monaco di Bose, che descrive la preghiera come una grande sala allestita nel nostro cuore in cui invitare i nostri fratelli, soprattutto i più marginali e squalificati, come ci ha ricordato la recente Dilexi vos di Leone XIV. Pregare prima di parlare con Dio è ascoltare gli uomini; prima che scomodare Dio, è lasciarsi scomodare da qualcuno che ha bisogno di noi aprendogli le porte del nostro cuore.

«[…] Il linguaggio di Dio in Gesù Cristo lo incontriamo nella sacra Scrittura. Se vogliamo pregare nella certezza e nella gioia, dobbiamo porre la parola della Scrittura come solida base della nostra preghiera. Da qui sappiamo che Gesù Cristo, Parola di Dio, ci insegna a pregare. Le parole che vengono da Dio saranno i gradini della scala per giungere a Dio».

  (Dietrich Bonhoeffer).