Riflessioni teologiche – 7. La buona novella di De André

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Nel disco La buona novella di Fabrizio De André, come in un nuovo vangelo apocrifo, sulle labbra e dalle vite di poveri Cristi risuonano insieme la protesta contro gli aspetti disumanizzanti della religione e una invocazione di autentica umanità.


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Dopo aver ascoltato alcune voci di teologi dichiaratamente con Dio, nei prossimi video vorrei invece esplorare le opere di alcuni artisti che, in modi diversi, si potrebbero definire senza Dio. Si tratta, tuttavia, di artisti che, nell’offrirci la loro arte rivelano e insieme nascondono quella che a me sembra una profonda ispirazione evangelica, capace di accomunare con Dio e senza Dio. Inizierei dal disco del 1970 La buona novella di Fabrizio De André, ispirata, già a partire dal titolo che è una possibile traduzione del termine vangelo, ad alcuni dei cosiddetti vangeli apocrifi, testi antichissimi che in chiave leggendaria rielaborano personaggi e temi presenti nei vangeli canonici, cioè negli unici 4 testi che sono stati in seguito ufficialmente approvati come vangeli dalla tradizione della chiesa. Il disco inizia e finisce con due cori, di atmosfera quasi medioevale, che intonano all’inizio un Laudate Dominum (cioè Lodate il Signore) e infine un Laudate hominem (cioè Lodate l’uomo) che è riferito alla figura di Gesù, al quale le ultime parole della canzone e dell’intero disco si rivolgono: «Non devo pensarti figlio di Dio ma figlio dell’uomo, fratello anche mio». Nel rapporto e nella tensione tra questi due cori si sviluppa il percorso del disco, che potrebbe essere ascoltato e interpretato come un nuovo Vangelo apocrifo, composto da De André negli anni del rinnovamento del Concilio Vaticano II e della contestazione del 1968. Si tratta di un Vangelo apocrifo rivolto anzitutto ai senza Dio, come lo stesso De André e come i poveri Cristi nei quali parla e si riflette un Gesù Cristo che, invece, come tale, in tutto il disco non pronuncia una sola parola. È infatti ai poveri Cristi che viene affidata la proclamazione di questo Vangelo degli ultimi e per gli ultimi, un Vangelo che a tratti potrebbe suonare come blasfemo, per la sua radicale e aperta contestazione di un Signore Dio accusato di disumanità. Tre costanti mi sembrano attraversare i brani e i testi del disco: La prima, una critica dura e radicale nei confronti di un certo Dio e di una certa religione, che culmina nel brano Il testamento di Tito, con il suo rovesciamento polemico dei 10 comandamenti. Qui si si sottolineano, in nome e dal punto di vista di una umanità afflitta e calpestata, le possibili derive disumanizzanti e i possibili esiti perversi di un decalogo che spesso viene presentato come il codice fondamentale dei comportamenti etici. Nelle parole amare e dure attribuite al ladrone buono, crocefisso accanto a Gesù, risuonano insieme la moderna critica filosofica alla religione e la rivolta degli oppressi contro un Dio e una religione divenuti strumento di oppressione. La seconda costante è l’emergere come protagonista, anziché dell’unico Gesù, che rimane muto e sullo sfondo, di una umanità derelitta e a tratti corale, una pluralità di poveri Cristi. Nelle parole di questi poveri Cristi, tuttavia, vengono rivendicati e si riflettono, moltiplicandosi come in un gioco di specchi, una ricerca di autentica umanità e un messaggio di amore non lontani dallo spirito evangelico e dalla figura di Gesù rappresentate nei vangeli. La terza costante è il collocarsi degli affetti umani, in particolare di quelli femminili e materni, a fondamento del messaggio della buona novella di De André. Trattandosi ad esempio e in particolare dell’amore e dell’affetto di un madre per il proprio figlio morente, abbiamo qui un fondamento talmente solido e senza timore di confronti da potersi permettere di criticare ciò che a questo amore si oppone, siano il potere, la religione e persino Dio. La buona novella che allora De André consegna agli ascoltatori – con Dio e soprattutto senza Dio – delle sue canzoni è che gli affetti umani più profondi, in qualche modo ricollegabili all’amore, soprattutto a quello che possiamo imparare dalle donne e dalle madri, valgono sempre la pena di essere vissuti fino in fondo, anche quando questa pena si rivela molto dolorosa, perché solo così si può diventare davvero ed essere fino in fondo esseri umani degni di questo nome.

Riferimenti:

F. De André, La buona novella (LP musicale), Produttori Associati, 1970
(tutti i testi si possono consultare sul sito Ufficiale della Fondazione Fabrizio De André Onlus).
P. Ghezzi, Il Vangelo secondo De André. “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria”, Ancora, Milano 2003.
R. Storti, I Vangeli di Fabrizio De André. La buona novella compie 40 anni, Aerostella, Milano 2009.
A. Gallo – V. Senesi – G. Di Santo, Sopra ogni cosa. Il Vangelo laico secondo Fabrizio De André. nel testamento di un profeta, Piemme, Milano 2014.
B. Salvarani – O. Semellini, De André. La buona novella.  La vera storia di un disco capolavoro, ETS, Milano 2019.