Letture festive – 46. Valutare – 23a domenica del Tempo Ordinario Anno C

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

23a domenica del Tempo Ordinario Anno C – 4 settembre 2022
Dal libro della Sapienza – Sap 9,13-18
Dalla lettera a Filèmone – Fm 9b-10.12-17
Dal Vangelo secondo Luca – Lc 14,25-33


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letture festive 46

Valutare in modo adeguato non è facile, anche perché spesso non si conoscono tutti gli elementi che riguardano l’oggetto della nostra valutazione. È il problema posto dal libro della Sapienza, che sottolinea come i ragionamenti dei mortali siano timidi e le loro riflessioni incerte. La difficoltà a ragionare e riflettere – per arrivare poi a valutare adeguatamente – viene attribuita, da una parte, alla radicale impossibilità di conoscere o anche immaginare quello che viene definito il volere di Dio o le cose del cielo. Dall’altra parte, la difficoltà nel valutare viene attribuita all’appesantimento dell’anima causato dal corpo, descritto come una tenda d’argilla che opprime una mente piena di preoccupazioni, che consente a fatica persino di immaginare le cose della terra e di scoprire quelle a portata di mano. Come riformulare queste affermazioni in un linguaggio più vicino alla nostra sensibilità di “con Dio” e di “senza Dio”? Potremmo forse parlare della nostra tendenza a vedere come separate e incapaci di entrare in relazione terra e cielo, immanenza e trascendenza, umano e divino, valutando peraltro il primo elemento di ogni coppia come inferiore al secondo. Quello che viene espresso – ancora in un linguaggio dualistico – come dono della sapienza e di uno spirito che viene dall’alto, dovrebbe invece diventare la capacità di cogliere e di valutare la realtà concreta nell’interezza complessiva della sua profondità e ricchezza qualitativa, già sul piano che potremmo definire della orizzontalità e nella unità differenziata delle sue poliedriche sfaccettature. Solo arrivando a questa capacità di lettura, interpretazione e apprezzamento della realtà – l’unica realtà, peraltro, che possiamo davvero incontrare – potranno essere raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra e si potrà arrivare a quella capacità di valutazione adulta e sapiente da cui può venire un qualche tipo di salvezza.

Nella lettera a Filèmone, Paolo invita il destinatario a compiere una valutazione che deve restare libera ma che deve risultare nello stesso tempo la valutazione giusta. Oggetto della valutazione è la scelta di come trattare uno schiavo, Onesimo, che viene rimandato al suo legittimo padrone, ma con l’invito a non considerarlo più e a non trattarlo più come uno schiavo, ma come un fratello nella fede. La calda perorazione di Paolo a favore dello schiavo sottolinea, da una parte, che la scelta finale viene comunque lasciata al suo interlocutore, ma, dall’altra, che questa scelta dovrebbe essere compiuta tenendo in considerazione il legame di amicizia e in qualche modo il debito contratto da Filèmone con lo stesso Paolo, che in fondo gli chiede in questo modo di essere ripagato. Se letto al di fuori dal contesto storico della cultura e della società del primo secolo nel quale è stato composto, questo testo risulta per noi oggi eticamente inaccettabile – come lo è per noi oggi l’istituto giuridico della schiavitù – oltre che radicalmente contrario al principio per cui non si deve offrire come carità ciò che è invece dovuto come giustizia. Può essere salutare, tuttavia, precisamente l’effetto disturbante prodotto in noi da questa pagina biblica, la distanza che dobbiamo riconoscere tra la nostra comprensione di questo tema e quella comune alla società e all’etica del tempo in cui è stato composto il Nuovo Testamento. Siamo invitati, infatti, a considerare come ogni valutazione vada sempre letta, compresa e collocata nel proprio tempo e a riconoscere con umiltà e realismo che anche le nostre valutazioni di oggi, anziché essere il punto di arrivo definitivo del cammino verso la verità assoluta, sono semplicemente ciò che oggi possiamo intravedere dal nostro punto di osservazione. Si tratta di un punto di osservazione – il nostro – che a noi ovviamente sembra essere quello più adeguato, ma che rimane pur sempre condizionato dal contesto e dal tempo in cui ci troviamo.

L’evangelista Luca colloca il tema del valutare sullo sfondo di un radicale paradosso, perché sovrappone, in modo sorprendente, l’invito a una saggia lungimiranza, fatta di calcoli accurati da parte di un costruttore e di ragionevoli compromessi da parte di un re guerriero, con la scelta di seguirlo sulla via della croce, dopo aver rinunciato a tutti gli averi e aver messo in secondo piano gli affetti più cari. Come può questa scelta essere frutto di una valutazione prodotta da calcoli accurati e da ragionevoli compromessi? Infatti non può esserlo. Ma proprio qui riusciamo ad apprezzare il modo in cui la parola evangelica raggiunge il suo scopo, dopo aver disorientato il suo ascoltatore, invitandolo – ma di fatto obbligandolo – a spostarsi e a spostare il proprio punto di vista. Come può essere frutto di un calcolo accurato e di un ragionevole compromesso la valutazione di cui parla il vangelo, che riguarda ultimamente come vivere la propria esistenza in relazione alla figura di Gesù e a ciò che questa rappresenta? Infatti non può esserlo. Ciò che qui viene smontato – per non dire demolito – è l’idea che valutare ciò che è decisivo per la propria vita possa essere il risultato di un calcolo ben eseguito e di un compromesso abilmente negoziato. Alla valutazione basata su calcoli e compromessi si oppone qui una valutazione evangelica basata sull’amare di più, sul portare la croce, sul mettersi in un cammino di sequela, sul rinunciare a tutti i propri averi pur di essere e diventare discepoli. Si tratta, più che di una valutazione astratta o di un calcolo ponderato, di un insieme di affetti e di pratiche che determinano una direzione di cammino, insieme di affetti e pratiche nelle quali ci si riconosce e alle quali si assegna un valore prezioso. È allora in questo riconoscere e assegnare un valore prezioso a ciò che davvero è importante che il valutare con sapienza si concretizza e trova il suo autentico significato evangelico.