Riflessioni teologiche – 5. Fede come trasformazione

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Il teologo Dominique Collin ritiene che la fede consista nel passaggio da un io, che si rifugia nella credenza in determinati contenuti, a un sé più autentico, capace di aprirsi al non ancora delle possibilità evocate dalle parabole evangeliche del Regno.


Il teologo domenicano Dominique Collin ispirandosi al filosofo e teologo danese Soren Kierkegaard, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, introduce la propria proposta teologica facendo un’affermazione molto forte: il cristianesimo non esiste ancora! Con questo Collin intende dire che spesso si è confuso il fatto istituzionale, storico, organizzativo e materiale del cristianesimo – che certamente esiste da molti secoli – con la definizione iniziale che si legge negli Atti degli Apostoli, cioè l’essere seguaci della via. È infatti il percorrere questa via, questo cammino, a costituire l’evento e l’autentica esperienza del cristianesimo, piuttosto che l’appartenenza alla sua realtà istituzionale.. e la fede si identifica con questo incamminarsi. Questa fede poi è da intendere come l’avere fiducia in quell’evento di parola che è il messaggio evangelico, capace di far passare dall’affermazione e dalla difesa del proprio io alla realizzazione di quel sé più autentico che sta sempre davanti a noi e al quale il Vangelo ci chiama. Come avvenuto per il cristianesimo, anche questo tipo di fede, ha finito nel corso della storia per essere confuso con qualcos’altro, con la credenza, cioè con il credere veri determinati contenuti. Il credere di conoscere qualche verità può essere, invece, uno dei modi in cui l’io cerca, in realtà, di affermare e proteggere se stesso, anziché aprirsi, con la fiducia della fede, a ciò che il proprio sé più autentico e non ancora realizzato potrebbe diventare. Una conseguenza di questa visione è che il cristianesimo non è già bell’e fatto, come una dottrina o una morale scritte una volta per tutte, ma ci resta da inventarlo, pensando in modo diverso ciò che lo ha reso possibile come comunicazione di esistenza e come evento di trasformazione dell’io nel sé. Il cristianesimo non esiste ancora perché vi è una riserva di significato per cui il Vangelo è in anticipo rispetto a noi, è ancora inaudito e sconcertante, finché non si coglie il vero significato della fede, lasciando trasformare il proprio io – che si limita all’appartenenza e alla credenza, per affermare se stesso – in quel sé autentico – capace di aprirsi all’esperienza e alla fiducia – che il messaggio evangelico propone di far emergere. Si aprono così dei possibili, che il Vangelo chiama dono e perdono, invitando l’essere umano a vivere credendo, sperando e amando, finché il suo sé autentico avvenga. Avvenga come il Regno, di cui parlano i Vangeli, Regno evocato sempre come metafora, Regno che è il solo oggetto della fede che – proprio per il fatto di non poter essere rappresentato – non fa scadere la fede in credenza. Del Regno possiamo infatti solo parlare di sbieco, con giri di parole o immagini, il che è la definizione stessa del linguaggio parabolico. Oltre alle parabole del Regno, del resto, i contenuti decisivi che il Vangelo ci affida sono in forma di desideri-parole, come nelle Beatitudini e nella loro capacità di far intravedere, in contrasto con la condizione presente, una felicità che appartiene al futuro possibile.

Riferimenti:

Dominique Collin, Il Cristianesimo non esiste ancora, Queriniana, Brescia 2021.
Dominique Collin, Il Vangelo inaudito, Queriniana, Brescia 2021.