Letture festive – 37. Vicinanza – 15a domenica del Tempo Ordinario Anno C

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

15a domenica del Tempo Ordinario Anno C – 10 luglio 2022
Dal libro del Deuteronòmio – Dt 30,10-14
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési – Col 1,15-20
Dal Vangelo secondo Luca – Lc 10,25-37


Su YouTube l’audio-video si trova cercando:
letture festive 37

Nel libro del Deuteronomio il discorso di Mosè sul tema della vicinanza sembra voler contestare un’idea del divino come lontano e inaccessibile. In questo caso la realtà del divino è rappresentata dalle sue leggi, dai suoi comandi, in definitiva dalla sua parola e da ciò che questa parola comunica. In molte tradizioni religiose, comprese alcune delle tante tradizioni bibliche ed ebraiche, il divino deve essere tenuto a debita distanza dagli umani, per evitare a questi ultimi di essere annientati anche solo dal contatto con una potenza sovrumana e non controllabile. Questo atteggiamento trova espressione nella domanda del brano biblico: “Chi salirà in cielo o chi attraverserà per noi il mare, per prenderci il comando di Dio e farcelo udire, perché possiamo eseguirlo?” La risposta che ci viene data invita a modificare completamente il nostro atteggiamento: il comando di Dio non è nel cielo e non è al di là del mare, ma consiste in una parola molto vicina a ciascuno di noi, è nella nostra bocca e nel nostro cuore, perché ciascuno di noi la metta in pratica. Si tratta di una vicinanza con un fine preciso: dall’interiorità del cuore – cioè dalla coscienza – che si esprime nella parola, il comando – cioè l’appello – a fare il bene attende di essere vissuto nella pratica di vita. E questo non è troppo alto né troppo lontano, tanto per i con Dio, quanto per i senza Dio. Nella lettera ai Colossesi la vicinanza tra il divino e l’umano ristabilita nella figura di Gesù viene presentata a partire da una visione culturale e religiosa molto lontana dalla nostra. L’apostolo Paolo descrive Cristo Gesù con le caratteristiche di una figura appartenente al mondo di Dio e in una cornice cosmica che abbraccia le origini della creazione e si estende a tutte le creature e realtà, visibili e invisibili, comprese quelle definite come troni, dominazioni, principati e potenze. Si tratta di realtà – individuali e collettive, buone e cattive – che nella concezione biblica antica, ma anche in quella neotestamentaria, esercitano in vario modo un qualche tipo di potere e popolano i diversi livelli intermedi esistenti tra la terra dove gli esseri umani vivono nella storia e il cielo dove abita il Dio eterno e invisibile. Il Cristo Gesù descritto da Paolo, in quanto appartenente al mondo divino è fin dagli inizi della creazione in relazione con ogni creatura, ma soprattutto è diventato protagonista del processo di riconciliazione di tutte le cose e di tutte le creature con il Dio dal quale si erano allontanate. Lo stesso invisibile Dio ha preso questa iniziativa di riappacificazione salvifica, riavvicinando le cose che stanno sulla terra e quelle dei cieli, attraverso il sangue della croce versato da colui che essendo il primogenito della creazione è divenuto così anche il primogenito di quelli che risorgono dai morti. Paolo colloca questo processo di salvezza sacrificale attraverso la morte e la resurrezione di Cristo Gesù non in un preciso contesto storico e terreno ma in una dimensione celeste e cosmica. In questa dimensione celeste e cosmica, mistica e simbolica, Cristo Gesù diventa la testa di quel corpo collettivo che è la chiesa, costituita da credenti chiamati a testimoniare la nuova vicinanza tra divino e umano riconoscibile ora nella figura di Cristo Gesù. L’evangelista Luca indaga il tema della vicinanza a partire da un dialogo su che cosa si debba fare per ricevere la vita eterna, cioè la vita in pienezza. In prima battuta e secondo l’insegnamento religioso tradizionale la risposta è quella di un amore pieno nei confronti di Dio e di un amore che mette sullo stesso piano e tratta allo stesso modo noi stessi e coloro che ci sono prossimi, cioè vicini. Ma l’ulteriore domanda rivolta a Gesù su chi sia il nostro vicino viene trasformata in modo dinamico dal racconto della parabola, dove proprio il concetto di vicinanza viene problematizzato fino al suo rovesciamento. Tra i personaggi della parabola, il sacerdote e il levita dovrebbero essere per condizione e per ruolo i più vicini a Dio, ma sono anche coloro che evitano di avvicinarsi all’umanità dolente dell’uomo che trovano sul loro cammino. Il samaritano è invece per l’ebraismo ufficiale di Gerusalemme un lontano da Dio, trattandosi sostanzialmente di quello che religiosamente oggi si definirebbe un eretico quanto a convinzioni teologiche e uno scismatico quanto ad appartenenza comunitaria. Eppure è proprio lui, il samaritano, il lontano da Dio, l’unico che si avvicina all’uomo bisognoso di soccorso. La provocazione di Gesù rovescia, perciò, le gerarchie di quale sia la vicinanza che davvero consente vita in pienezza e invita l’interlocutore a scegliere tra una vicinanza al divino che allontana i religiosi dall’umano e una vicinanza all’umano mossa dall’amore, che proprio il lontano da Dio sembra essere capace di vivere meglio e più dei professionisti della religione.