Riflessioni teologiche – 25. Osare un cristianesimo radicalmente ecumenico (parte 1)

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

In questo momento storico, caratterizzato da pluralismo culturale e religioso, frammentazione e disgregazione sociale, osare un cristianesimo radicalmente ecumenico e capace di accogliere i con Dio e i senza Dio presuppone tre condizioni, non facili ma tuttavia realizzabili fin da ora: il risvegliarsi nei credenti del desiderio cristiano di unità che ha animato il movimento ecumenico e che andrebbe rivolto alla pluralità di coloro che vivono forme di cristianesimo diverse dalla propria, sia all’esterno che all’interno delle chiese; la decostruzione e il superamento – grazie alla riflessione teologica – degli impedimenti concettuali alla comunione possibile; la scelta consapevole e motivata, da parte delle comunità cristiane e dei loro responsabili, di accogliere chiunque desideri vivere il discepolato cristiano anche nella dimensione comunitaria della chiesa. (parte 1)


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riflessioni teologiche 25

Il termine ecumenismo, utilizzato per definire il movimento che nel Novecento ha desiderato l’unità tra le chiese cristiane storicamente divise, deriva da ecumene, parola greca che indica il mondo abitabile, la casa in cui è possibile vivere. In questo mondo contemporaneo, abitato da con Dio e da senza Dio, la nostra condizione, come abbiamo visto nei video precedenti, si caratterizza per la frammentazione delle esperienze comunitarie, per l’allontanamento dalle chiese di giovani e adulti, con Dio e senza Dio, per l’incombere di fattori sociali di indifferenza e di violenza disgregatrice e distruttiva, fino alla follia delle guerre. Si tratta inoltre di prendere atto delle differenze esistenti e crescenti tra le diverse confessioni cristiane e all’interno di ciascuna di esse rispetto agli stimoli provenienti da culture e sensibilità esterne al mondo cristiano, di riconoscere i conflitti e le polarizzazioni che attraversano la chiesa cattolica, di ammettere in definitiva che anche i singoli appartenenti alla medesima comunità ecclesiale sperimentano tra loro una diversità marcata e faticano a trovare modalità comuni e condivisibili in coscienza di pensare ed esprimere la fede. L’ecumenismo, che nel Novecento ha desiderato e cercato – purtroppo senza riuscirvi – di raggiungere l’unità visibile tra le chiese cristiane, può e deve certamente continuare i propri sforzi in questa direzione. La condizione del cristianesimo e del mondo odierno, tuttavia, mostra l’insufficienza dell’obiettivo, pure ambizioso e non ancora raggiunto, di questa unità visibile tra le chiese cristiane. Alla divisione storica tra le confessioni cristiane, nel panorama di trasformazione e frammentazione di questi ultimi decenni, si sono aggiunte, infatti, divisioni interne alle stesse confessioni cristiane, nel quadro di un pluralismo interno ed esterno alle chiese, sempre più difficile da ricondurre ad unità. La presa di distanza da alcuni aspetti della fede, cui pure si afferma di aderire, da parte di credenti che partecipano alla vita ecclesiale, una presa di distanza rilevata dalle ricerche sociologiche, anche se spesso non dichiarata esplicitamente dai singoli, così come l’emergere tra i credenti all’interno e all’esterno delle chiese di un dibattito pubblico su temi riconducibili al post-teismo, sono esempi di come la sensibilità e il vissuto di un certo numero di persone – difficile sapere quante – si stia già allontanando dalle tradizionali formulazioni di fede, mentre su molte di queste, dopo decenni di dialoghi ecumenici, non si è ancora trovato tra le diverse chiese un consenso accettato a livello ufficiale. Mi pare che questa condizione ci inviti a compiere un salto di qualità rispetto alle finalità del movimento ecumenico, fino a osare profeticamente – e quindi desiderare, pensare e vivere – un cristianesimo radicalmente ecumenico, un cristianesimo, cioè, che sappia – insieme ai con Dio e ai senza Dio, insieme ai teisti, ai post-teisti e ai non teisti – riscoprire a valorizzare alle proprie radici ciò che rende possibile e anzi richiede una visione aperta e universalistica, plurale e accogliente, non violenta e trasformatrice. Da questo punto di vista, il termine radicalmente, riferito a questo modo di essere ecumenico del cristianesimo, non va affatto inteso nel senso di un estremismo e di una parzialità che isolino dagli altri ma, al contrario, come il ricercare, a partire dalle radici dell’essere cristiani, ciò che consente di superare il reciproco esclusivismo, tra coloro che provengono da una medesima radice storica e spirituale, sviluppatasi fino ad oggi in una pluralità di direzioni. Si dovrebbe trattare di un processo che – senza abbandonare le finalità dell’ecumenismo novecentesco e anzi riproponendo molto di quanto maturato grazie ad esso – sappia tuttavia ampliare i suoi orizzonti verso un’interpretazione del cristianesimo corrispondente alle esigenze del contesto odierno e capace di renderlo, nella pluralità delle sue espressioni ecclesiali e comunitarie, abitabile e fecondo per la varia umanità del nostro tempo.

Riferimenti:

Simone Morandini, Teologia dell’ecumenismo, EDB, Bologna 2018.

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