Letture festive – 28. Appartenere – 4a domenica di Pasqua Anno C

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

4a domenica di Pasqua Anno C – 8 maggio 2022
Dagli Atti degli Apostoli – At 13,14.43-52
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo – Ap 7,9.14b-17
Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 10,27-30


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letture festive 28

Nel racconto teologico degli Atti degli Apostoli l’appartenenza culturale e religiosa manifesta tutte le proprie ambivalenze. Questa narrazione infatti – costruita sullo sfondo storico del variegato giudaismo di epoca ellenistica e delle tensioni tra ebrei palestinesi ed ebrei di cultura greca provenienti dalla diaspora – descrive tali tensioni come decisive per il nascente cristianesimo, dal momento che esse finiscono per costituire l’innesco di malumori e gelosie prima, di conflitti e ostilità poi, per arrivare infine a scomuniche, scismi e persecuzioni. Le appartenenze identitarie, se infatti, da una parte, consentono ai gruppi di trovare coesione interna e sostengono i singoli membri nel rapporto con le realtà esterne, dall’altra parte finiscono spesso – mentre svolgono questa funzione di coesione e sostegno – per contrapporsi ad altre appartenenze identitarie e non sempre in modo pacifico. Nella visione di Apocalisse, l’appartenenza cristiana viene descritta come un’esperienza comunitaria ma insieme universale nel suo essere virtualmente senza confini; un’esperienza apparentemente trionfale ma fortemente concentrata sulla figura paradossale di un Agnello che è passato attraverso la grande sofferenza della croce e il cui sangue ha lo strano potere di lavare le vesti dei fedeli rendendole bianche. Con un linguaggio che ripropone temi biblici antichi, si afferma che chi vive la propria appartenenza alla misteriosa figura dell’Agnello sperimenta una vicinanza consolante e una protezione particolare: presta un incessante servizio liturgico, è protetto da una tenda che ripara dal sole e dall’arsura, è preservato o liberato dalla fame e dalla sete, viene condotto alle fonti della vita e vede le proprie lacrime asciugate. Garante di questa esperienza è appunto l’Agnello che tuttavia – nella visione simbolica e quasi onirica di Giovanni – si trasforma alla fine in un pastore capace di guida. Le figure del pastore e delle pecore ritornano nel breve passo del vangelo giovanneo, a suggerire ulteriori dimensioni dell’appartenere. Il primo legame di appartenenza si stabilisce con l’ascolto di una voce riconosciuta come proveniente da qualcuno che ci conosce e che, proprio per questo conoscerci e rivolgerci la parola, è degno di essere seguito. Il conseguente dono della vita eterna, cioè il dono di una vita piena che riceve chi entra in questa appartenenza, è ciò che preserva dalla possibilità della perdizione eterna, cioè dalla perdita di senso della vita, un pericolo che viene espresso con l’immagine dell’essere strappati con violenza all’accoglienza e alla protezione offerte da una mano amorevole, quella di Gesù. Sentirsi contenuti in una grande mano amorevole è uno dei possibili modi in cui esprimere che cosa significhi appartenere, purché l’immagine venga intesa nel senso di una protezione che consente libertà e non come affermazione di possesso e costrizione. Nell’ultimo passaggio, il procedimento consueto per l’evangelista Giovanni di concentrare in unità ciò che altrove viene descritto come distinto e separato, lo porta ad affermare che Gesù e il Padre sono uno, Padre che – dal punto di vista dei senza Dio – si potrebbe intendere come l’espressione simbolica e sintetica delle realtà da cui proveniamo e a cui apparteniamo, realtà che ci precedono e che spesso ci superano. Per l’evangelista Giovanni, quindi, la mano amorevole di Gesù e la mano del Padre sono in realtà un’unica mano, nella quale si può sperimentare un’appartenenza accogliente e protettiva, ogni volta che si sceglie di ascoltare la voce del Gesù dei vangeli per seguirne l’invito.