Il diaconato, una presentazione

Germogli

germogli” è una collanina, nata quasi per caso, dopo una riunione nella quale mi era stato chiesto di proporre una breve meditazione;

germogli” è una cosa piccolissima, debole, un timido inizio, niente di ambizioso;

germogli” ha la pretesa di mettere in comune qualche passo nel cammino di fede guardando alla Scrittura e sapendo che «né chi pianta è qualcosa, né lo è chi irriga, ma è Dio che fa crescere» (1Cor 3,7).

Alberto Bigarelli

di Alberto bigarelli

L’ordinazione diaconale di Andrea Franchini (03.09.2011), motivo di gioia e di speranza in vista di una comunità parrocchiale ricca di ministeri e più capace di corresponsabilità, mi ha spinto a scrivere una presentazione della figura del diacono. Un ministero che va via via precisandosi e sconosciuto a gran parte del popolo di Dio. Dedico questa piccola presentazione al primo diacono della chiesa di Carpi che è stato parrocchiano di S.Bernardino R., il maestro Germano Rustichelli. La sua memoria sia in benedizione.

  1. Negli ultimi decenni si è discusso a lungo sull’identità del diacono. Questo è avvenuto e avviene perché nella chiesa cattolica, per più di mille anni, il diaconato è esistito soltanto come grado intermedio, cioè come tappa verso il sacerdozio. Il Concilio Vaticano II ha ritenuto di reintrodurlo affiancandogli l’aggettivo “permanente” per indicare, ovviamente, che è un ministero compiuto in sé (cf. LG 29). É chiaro che non bisogna nascondere il fatto che questa reintroduzione ha ricevuto la sua spinta principale dalla crescente mancanza di sacerdoti; in ogni caso questo è stato provvidenziale per riscoprire il compito proprio di questo ministero ordinato.

Il diaconato è di origine apostolica. A parte At 6,1-6 che racconta l’istituzione dei sette per il servizio alle mense e il cui profilo diaconale è tuttora discusso, le lettere paoline menzionano i «diaconi» accanto ai «vescovi» (cf. Fil 1,1; 1Tm 3,8-12). Ne parla poi la Didachè (15,1-2) e la Prima lettera del papa Clemente ai Romani (cf. 44,2.4), due importanti documenti ecclesiali del I sec.

  1. «Diacono» è il calco del termine greco diakonos, che significa servo, ministro (cf. Mt 20,26; 2Cor 6,4; ecc.), mentre «diaconia», sempre calco del greco diakonia, significa ufficio, ministero, servizio (cf. Lc 10,40; At 1,17). Può essere utile ricordare qui la ricerca di E. Cattaneo che ha scritto: «Se è vero che il radicale diakon esprime un’attività fatta nel nome e sotto l’autorità di un altro, allora il concetto di diakonia si avvicina moltissimo a quello di “apostolato”, poiché l’apostolo è precisamente un inviato, cioè uno che parla per mandato e sotto l’autorità del Kyrios, del Signore. Perciò Paolo non esita ad accostare i due termini di apostolo e di servo (doulos) di Cristo (cf. Rm 1,1) e a qualificare tutto il suo apostolato presso i pagani come un diakonia (cf. Rm 11,13)» (I ministri della Chiesa antica, Cinisello Balsamo 1997,42. cf. 46).

Già nel III sec., nella Chiesa antica, il diaconato aveva raggiunto uno sviluppo tale da occupare, al servizio dei vescovi, gli incarichi più vari (cf. S. Zardoni, I diaconi nella Chiesa. Ricerca storica e teologica sul diaconato, Bologna1991,31-86). Faccio solo un esempio che traggo dalla Tradizione Apostolica del vescovo Ippolito di Roma che descrive l’organizzazione gerarchica, liturgica e pastorale della Chiesa nella città che ha visto la testimonianza suprema degli apostoli Pietro e Paolo. Sintetizzo. I diaconi nelle celebrazioni eucaristiche presentano le oblate (=offerte) al vescovo, spezzano insieme ai presbiteri il pane eucaristico e se i presbiteri non bastano tengono i calici per la comunione. Durante i battesimi, i diaconi sono a fianco del presbitero con l’olio dei catecumeni e con il crisma; un diacono scende nell’acqua insieme al battezzando. Essi svolgono un servizio di catechesi e attività caritative. I diaconi ricoprono dunque funzioni liturgiche, catechetiche, caritative e amministrative al servizio del vescovo.

  1. Se prendiamo in considerazione un documento recente (2004), vi troviamo una presentazione del diaconato non così distante dalle parole del vescovo Ippolito. La Congregazione per i Vescovi, nel Direttorio Successori degli Apostoli ne parla così: «Il Concilio Vaticano II, secondo la venerabile tradizione ecclesiale, ha definito il diaconato permanente un “ministero della liturgia, della parola e della carità”(LG 29). Il diacono pertanto partecipa secondo un modo proprio delle tre funzioni di insegnare, santificare e governare, che corrispondono ai membri della gerarchia. Egli proclama e illustra la parola di Dio, amministra il battesimo, la comunione e i sacramentali; anima la comunità cristiana, principalmente in ciò che si riferisce all’esercizio della carità e all’amministrazione dei beni. Il ministero di questi chierici – prosegue il documento – , nei suoi differenti aspetti, è penetrato dal senso di servizio che dà nome all’ordine “diaconale», (92; cf. Giovanni Paolo Il, Allocuzione ai diaconi del 1985). Pertanto siamo di fronte ad un unico ministero ordinato, ma che si esprime in tre gradi tra di loro complementari: vescovi, sacerdoti, diaconi.
  1. La prospettiva del Concilio e di tutti i documenti successivi del magistero si può presentare così: «i vescovi successori degli apostoli, per esercitare in modo pieno e articolato il ministero, devono essere coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi» (cf. Nota Introduttiva della CEI al nuovo Pontificale per l’ordinazione dei vescovi, presbiteri e diaconi). E ancora: «… il diacono concorre a costituire la chiesa e a darne un’immagine più completa e più rispondente al disegno di Cristo e più in grado, per interna e spirituale potenza, di adeguarsi a una società che ha bisogno di fermentazione evangelica e caritativa nei piccoli gruppi, nei quartieri, nei caseggiati» (Evangelizzazione e ministeri, n. 60). I diaconi «non sono ordinati per presiedere l’Eucaristia e la comunità, ma per sostenere in questa presidenza il vescovo e il presbiterio … ricordando così, anche ai presbiteri e ai vescovi, la natura ministeriale del loro sacerdozio, e animando con essi, mediante la Parola, i sacramenti e la testimonianza della carità, quella diaconia che è vocazione di ogni discepolo di Gesù e parte essenziale del culto spirituale della chiesa» (Orientamenti e Norme, 7).

La preghiera di ordinazione dei diaconi da risalto a questa realtà ecclesiale: «Tu hai formato la chiesa corpo di Cristo, varia e molteplice nei suoi carismi, articolata e compatta nelle sue membra, e hai disposto che mediante i tre gradi del ministero da te istituito cresca e si edifichi come tuo corpo vivente, in comunione di fede e di amore». Quindi, espressione della “chiesa comunione” è la chiesa ministeriale, la chiesa dove i doni dello Spirito (i carismi) si traducono in operazioni stabili, cioè in “ministeri”: di fatto, istituiti e ordinati (vescovi, presbiteri, diaconi).

  1. Il diaconato ha la sua terra di coltura nella comunità cristiana, in quello che il Concilio chiama il sacerdozio comune dei fedeli. Nel Nuovo Testamento troviamo, queste affermazioni: «Voi siete un popolo eletto, un sacerdozio regale» (1Pt 2,9) e inoltre: Cristo «ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio» (Ap 1,6). E il Concilio afferma quasi a commento dei precedenti versetti: «Per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò alla mirabile luce» (LG 10). In questa cornice, il “sacerdozio ministeriale” non è né prima, né fuori, né sopra la chiesa, ma sta: «In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del battesimo, i presbiteri sono fratelli, come membra dello stesso e unico corpo di Cristo la cui edificazione è compito di tutti» (Presb. Ord. 9). Così al “sacerdozio comune dei fedeli” e al “sacerdozio ministeriale” viene riconosciuta una “pari dignità”. Essi, infatti, sono ordinati l’uno all’altro, perché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipa dell’unico sacerdozio di Cristo «quantunque differiscano essenzialmente». Questa differenza di “essenza” deriva dal fatto che il sacerdozio ministeriale non si fonda sul sacerdozio comune, cioè sul battesimo, ma sui carismi, cioè sul sacramento dell’ordine.
  1. Il diacono, come il sacerdote, viene ordinato con l’imposizione delle mani. É un gesto che immette nel ministero ordinato agganciandolo alla missione apostolica. Sebbene l’imposizione delle mani garantisca il legame apostolico e accomuni l’ordinazione episcopale a quella sacerdotale e diaconale – quindi ha un valore costitutivo per il ministero ordinato – nel caso del diacono gli «sono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il servizio», servizio al vescovo (cf. LG 29; Ippolito, Tradiz. Apost.). L’ordinazione diaconale è un gesto sacramentale che costituisce il diacono, a tutti gli effetti, membro del presbiterio, conferendogli il carisma specifico della fondazione apostolica della chiesa e della sua missione. I Padri conciliari, restaurando il diaconato come «grado proprio e permanente» del ministero ordinato, non hanno inteso richiamare in vita una realtà, ormai in disuso da secoli nella chiesa latina, per supplire semplicemente alla mancanza dei preti, ma, come di è detto, hanno voluto attuare il rinnovamento della chiesa in conformità al modello delle origini.

Di conseguenza non si può prescindere dal considerare il diaconato come “costitutivo” della chiesa e non, invece, soltanto come un fatto di natura “pastorale” che, in quanto tale, dipenderebbe dalle diverse situazioni locali, così da giustificare anche i “ritardi” nel suo ripristino. In proposito il grande vescovo martire S.Ignazio di Antiochia (+ 107) afferma: «Senza di questi (vescovo, presbiteri, diaconi) non si dà chiesa» (Ai Trallesi, 3).

  1. Concilio il diaconato degli sposati (uxorato) è stato un problema molto discusso perché si riteneva che fosse una minaccia verso la disciplina del celibato, cioè verso quella norma divenuta consuetudine nella chiesa latina per la quale soltanto i celibi avrebbero potuto accedere ai ministeri maggiori ordinati. Si temeva per il numero delle vocazioni sacerdotali; si temeva che venisse offerta al popolo di Dio una via “più facile” di impegno nella Chiesa, più facile perché teneva il matrimonio accanto all’ordinazione ministeriale. Si temeva che questo avrebbe costituito una breccia e portato alla scomparsa del celibato presbiterale. É stata la ragione più richiamata. Ma quei pericoli non si sono manifestati: i diaconi funzionano bene, vivono il loro ministero, fanno un mare di apostolato e i presbiteri non sono diminuiti di numero per causa loro. Oggi il celibato, nonostante l’introduzione ormai estesissima del diaconato permanente, invece di avere i temuti effetti negativi ha avuto il vantaggio di illuminare meglio la castità per il regno dei cieli propria del presbiterato. Nè le vocazioni diminuiscono dove aumenta il numero dei diaconi, anzi succede esattamente il contrario a motivo di quella fermentazione della comunità cristiana, vero vivaio delle vocazioni. Ora da secoli la riflessione teologica si è concentrata solo sul ministero celibatario, l’unico ammesso e non si è approfondita la figura di un ministero coniugato. Di fatto questa figura è estranea alla mente del cristiano di oggi; una figura di cui non si capisce bene la portata. Anche se qualcuno desidererebbe vedere i sacerdoti sposati, di fatto non si rende conto di quello che dice: confonde e mette in conflitto la radicalità richiesta alla vita coniugale-famigliare con la radicalità della verginità consacrata richiesta dal servizio al Signore e alla sua Chiesa. Scrive Paolo VI: «Il sacerdote dedicandosi al servizio del Signore Gesù e del suo mistico corpo, nella completa libertà resa più facile dalla propria totale offerta – il non essere sposati – realizza in maniera più piena l’unità l’armonia della sua vita sacerdotale» (Sacerdotalis celibatus, 27). La consacrazione a Cristo in virtù di un titolo di particolare rilevanza come il celibato, consente al sacerdote – come è evidente anche nel campo pratico – la massima efficienza e la migliore attitudine psicologica e affettiva per l’esercizio continuo di quella carità perfetta che gli permetterà in maniera più ampia e concreta di spendersi tutto a vantaggio di tutti.
  1. Il celibato presbiterale però contribuisce a illuminare i tratti della spiritualità diaconale. Il diacono si assume un ministero dovendo tener insieme ineludibili impegni coniugali, parentali e professionali. La vita familiare non può essere intaccata senza venir meno alla fedeltà a Dio, senza mettere a repentaglio il bene che le è proprio: la famiglia rimane una benedizione, non deve diventare un tran-tran a cui rassegnarsi o sfuggire mettendo a repentaglio la bellezza, la gioia, la ricchezza che porta in sé.

L’altro aspetto che non dev’essere compromesso è il lavoro. Il lavoro esige impegno, preparazione, professionalità. Va fatto volentieri, cercando il bene dell’organizzazione per la quale si opera, delle persone che si incontrano e non solo la stipendio: sia chi fa le pulizie, sia il medico, sia l’insegnante che il ricercatore o chi gestisce la cosa pubblica. É una realtà nella quale si è perduto moltissimo, ma non dobbiamo, da parte nostra, contribuire a far andar tutto peggio.

  1. Parlando di consacrazione si confondono spesso le cose ritenendo che essa riguardi il mondo dei presbiteri, dei diaconi, delle religiose, dei religiosi, ecc. Ma la vocazione al dono speciale di sé, la vocazione alla comunione con Cristo e con la Chiesa, la vocazione alla povertà, alla libertà, alla disponibilità completa nell’amore è, secondo il Nuovo Testamento, di tutti cristiani, sposati e non. La differenza fra sposati e non sposati sta nell’esemplarità e nella peculiarità radicali di rapportarsi col Signore. I monaci rinunciano al mondo e alle sue concupiscenze; non lo fanno anche i cristiani? (cf. 1Gv 2,16; Tito 2,11-12). I sacerdoti, i religiosi sono dei consacrati; non lo sono anche i cristiani in forza del battesimo?(cf. 1Pt 2,9-12). I consacrati devono vivere la vita evangelica con radicalità; i cristiani no?(cf. Mt 10, 37; 19,5; Lc 14,26; ecc.). La differenza sta in una specificazione, in un’eccellenza, ma la realtà sostanziale è quella battesimale.
  1. Venendo al diaconato. Si possono comporre gli impegni del ministero, quelli della professione e quelli familiari? Non è un problema solo dei diaconi permanenti, ma di tutti i cristiani. Non è una cosa inverosimile la compresenza del ministero e del matrimonio. Gli altri sposati non hanno forse un ministero? Tutti lo hanno; magari nessuno glielo ha mai detto. Ad ogni cristiano è dato un ministero; a ciascuno insiste il Nuovo Testamento.

Qualche esempio. Mt 25,15: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno»; i talenti non sono i doni di natura (cantare, dipingere, ecc.), ma è il linguaggio dei carismi. Mc 13,34: «È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito»; 1Cor 12,7: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune»; Ef 4,7: «A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia (il carisma in questo caso) secondo la misura del dono di Cristo»; 1Pt 4,10: «Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio». Questi brani possono bastare.

Ogni membro della chiesa ha un ministero (cf 1Cor 12,12-26) anzi questa chiamata ha una sua priorità, una primarietà rispetto al resto. La chiamata alla vita cristiana precede l’essere padre, madre, attore, docente, autista, ecc. Prima di queste dimensioni si è cristiani. C’è un universalismo cristiano che annulla le differenze di ruolo e di professione; sono molto più vicino a una mio fratello nella fede e che abita in Cina che paradossalmente a mio fratello di sangue non credente che abita in casa mia. Il vincolo del mio essere cristiano è enormemente più forte – per grazia – della distanza, della differenza di lingua e di altre differenze ancora, come ricorda s.Paolo: «Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti» (Col 3,11). L’impegno del cristiano lo precede sempre in ogni stato, in ogni luogo e in ogni occupazione come primario, fondante e qualificante tutti gli altri. La determinazione primaria ad essere cristiano non impedisce di occupasi del proprio lavoro, della propria famiglia o di rimanere dove ci si trova. Il tempo pieno per il ministero in cui si è immessi con l’ordinazione diaconale è una modalità particolare, non essenziale, non annulla e non deve schiacciare le altre dimensioni.

  1. Non si può valutare il diaconato a partire dal presbiterato, come dall’alto al basso: dire che il diacono è un mezzo prete o tre quarti di un prete è del tutto sbagliato. Il ministero diaconale si interpreta a partire dalla realtà del popolo di Dio e del mistero battesimale. É un più di grazia, un aumento del dono a partire dal battesimo, non una diminuzione del dono del presbiterato. Il diaconato non va vissuto con cuore diviso, con un senso di incompiutezza rispetto al presbiterato o rispetto agli impegni a cui non ci si potrebbe dedicare, o rispetto alla famiglia, sentendola come un peso o un ostacolo. L’essere presi dal desiderio della testimonianza, dell’annuncio del vangelo e dall’esercizio della carità fa parte delle spiritualità del cristiano e nel caso del diacono permanente non deve porlo in conflitto con la sua responsabilità familiare. Occorre rimanere dove si è chiamati, rispettando profondamente le esigenze dello stato matrimoniale, dello stato parentale e della condizione professionale. Occorre vivere tutte queste cose con positività, nella volontà di Dio, nella gratitudine per i suoi doni e nel potenziamento della consacrazione al Signore. Contrapporre l’amore per la chiesa e l’amore per la moglie è paradossale e contraddice la stessa Scrittura nella quale è scritto che amando la sposa, si vive il sacramento dell’amore di Cristo per la sua chiesa (cf. Ef 5,25). Così va vissuta in tutta la sua positività la situazione delle propria paternità. Solo se una persona sa vivere in modo impegnato e attento, sa educare convenientemente i propri figli può essere investita del ministero. Quello che S.Paolo dice del vescovo coniugato vale anche per il diacono: «Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio?… I diaconi siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie» (1Tim 3,4.12). Ne consegue che l’esercizio del proprio compito di padri è essenzialmente richiesto come riprova della propria idoneità nell’esercizio del ministero. Deve essere vissuto in modo pieno dunque anche il rapporto con la famiglia, come luogo privilegiato e quasi sacramento del rapporto con la Chiesa. In concreto occorre rispettare e realizzare rispettivamente nella famiglia e nel lavoro, quell’intimità che è richiesta, quella disponibilità, quel concreto dono del proprio tempo, dei propri interessi, della propria presenza e della propria parola, quell’impegno che qualifica il modo cristiano di stare nel mondo. É bello e un valore che vi sia un ministero degli sposati; non è un accontentarsi. La famiglia come luogo di preghiera e di sostegno spirituale, come luogo di equilibrio e di maturazione umana e spirituale. Non sempre si sa cosa voglia dire amarre finché non si sa come un padre ama il figlio e come lo sposo ama le sposa. A questo riguardo la situazione dello sposato è assolutamente privilegiata, quindi abilitante al ministero per quel continuo doversi rinnegare e per quel continuo doversi donare. Anzi la famiglia può diventare un luogo di potenziamento della propria capacità di espansione ministeriale. C’è dunque una positività come c’è una positività della professione come inserimento nel contesto sociale e umano che è di grande ricchezza perché in fin dei conti è l’inserimento della Chiesa nell’umanità. É la collocazione della parola nel mondo che è la più efficace, la più intima, la più compenetrante rispetto alla realtà che la circonda.
  1. L’identità del diacono viene bene definita dal “Motu proprio” di Paolo VI Ad pascendum (1972), che considera il diaconato «… come ordine intermedio tra i gradi superiori della gerarchia ecclesiastica ed il resto del popolo di Dio, perché fosse in qualche modo interprete delle necessità e dei desideri delle comunità cristiane, animatore del servizio ossia della diaconia della chiesa presso le comunità cristiane locali, segno o sacramento dello stesso Cristo Signore, il quale non venne per essere servito, ma per servire» (Introduzione). Questo testo del magistero è quello che meglio di ogni altro dà la definizione del diaconato come “sacramento di Cristo Signore e servo”, indicandone i due elementi qualificanti: l’intermediazione e l’animazione del servizio.

Intermediazione – Il servizio del diacono all’altare è l’immagine, l’espressione liturgica, il “sacramento” della funzione sociale del diacono nella edificazione del corpo di Cristo. L’Eucaristia si può celebrare anche senza diacono, ma in questo modo manca il nesso vitale tra colui che presiede e l’assemblea, fra l’altare e l’offerta del popolo di Dio, fra il mistero e la comunione. Manca il “sacramento di Cristo Signore e servo” di tutti. Il “servizio all’altare” del diacono non è questione di “coreografia”, di una Eucaristia più solenne, ma per l’intermediazione che egli svolge consente una partecipazione più piena del popolo di Dio alla celebrazione eucaristica. Il collegamento tra diaconato ed Eucaristia si manifesta, in particolare, in quattro momenti:

  1. nella proclamazione del Vangelo, che viene consegnato al diacono durante l’ordinazione per il servizio della Parola;
  2. nel proporre ai fedeli le intenzioni della preghiera universale, facendo in modo che sia l’assemblea ad esprimersi e non sostituendosi ad essa;
  3. nel ricevere l’offerta della assemblea che il diacono presenta al presidente come «interprete delle necessità e dei desideri delle comunità cristiane»;
  4. nella distribuzione ai fedeli del corpo e sangue eucaristici. La comunione al calice, in particolare che è lo specifico ministero diaconale fin dall’antichità patristica – come ricordano i Padri a proposito del martirio di San Lorenzo – è il segno sacramentale più espressivo del collegamento tra diaconia ed Eucaristia, che si manifesta poi attraverso il “servizio della carità”, materiale e spirituale.

Animazione del servizio – Mentre la “diaconia”, cioè il servizio, è vocazione di ogni battezzato e, quindi, anche degli altri gradi del ministero ordinato, lo specifico del diacono, invece riguarda l’animazione della diaconia della chiesa. Il «servizio quotidiano delle mense» (cf. At 6), che comporta ogni genere di servizio, sia verso il Signore, sia verso il prossimo, deve avere un suo rilievo particolare soprattutto in sede di discernimento della vocazione diaconale, in quanto mentre il carisma del servizio è di tutti, non altrettanto può dirsi di quello dell’animazione del servizio.

Nella preghiera di intercessione durante il rito di ordinazione si chiede che i diaconi «siano premurosi verso i poveri e i deboli, umili nel loro servizio»; questa preghiera trae la sua origine dal servizio all’altare, dall’Eucaristia. Il diacono dovrebbe svolgere l’animazione del servizio attraverso la triplice funzione del suo ministero già considerata: quella di insegnare, santificare, guidare.

  1. Quella del diaconato è una chiamata che rimotiva profondamente il laico che la riceve e lo colloca nella comunità cristiana – pur essendo in primis al servizio del vescovo – come animatore accanto al parroco. Per questo la vocazione al diaconato è un evento di grazia che procede da Dio, ma che trova nella Chiesa il luogo in cui nasce e si forma. Mi sembra che questa grazia consista, dal punto di vista ecclesiale, nell’esercizio generoso delle due funzioni appena considerate cioè dell’intermediazione e del servizio a tutto vantaggio dell’evangelizzazione. Il popolo di Dio non deve considerarsi estraneo, ma sapendo cosa comporta il servizio diaconale, è chiamato a segnalare quei fratelli che ritiene idonei all’annuncio della parola, al servizio liturgico e della carità.

Il diacono, che viene ordinato dal vescovo per la chiesa locale, è da questi incaricato di svolgere il proprio ministero:

– nell’ambito di una comunità parrocchiale (che potrebbe anche non essere quella di origine);   

– oppure nell’ambito della diocesi, curando in quest’ultimo caso, un particolare settore pastorale (ad es., Caritas, Immigrati, Tossicodipendenti, ecc.) o anche amministrativo (ad es. Economo del Seminario).

Nella parrocchia il ministero del diacono può riguardare:

– la cura di un particolare settore della pastorale (giovanile, matrimoniale, caritativo, ecc);

– la promozione e il coordinamento di “comunità ecclesiali di base” (come vengono chiamate nella Evangelii nuntiandi di Paolo VI) impegnate nell’annuncio della parola di Dio e nella promozione umana nei caseggiati e nei quartieri, specialmente nelle grandi parrocchie, dove dovrebbero essere impiegati più diaconi;

– la guida, in nome del vescovo, di comunità cristiane senza parroco residente;

– un’altra forma di ministero è quella della “missione ad gentes” o in via definitiva o a tempo determinato. Si tratta di dare un aiuto ad altre chiese, per lo più nelle terre di missione dove spesso le chiese locali sono impegnate nella cura d’anime di vasti territori.

 

Riguardo al servizio della Parola, un particolare compito del diacono è quello dell’animazione di gruppi dei Centri Ascolto o per la lectio divina: “leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo” (cf. LG 29 e “Motu proprio” di Paolo VI Sacrum diaconatus ordinem) così da estendere al maggior numero possibile di fedeli l’incontro con la parola di Dio, quasi sempre riservata a pochi “addetti ai lavori”, specialmente con riferimento alla preparazione delle letture domenicali.

Riguardo al servizio della liturgia, il diacono è “ministro ordinario dellEucaristia”, della esposizione e della benedizione eucaristica; inoltre, nel rispetto del ministero del parroco, è ministro ordinario del battesimo; può assistere con l’opportuna delega al sacramento del Matrimonio; può presiedere le Esequie e la liturgia della Parola senza Messa. Un’attenzione particolare (purtroppo quasi sempre trascurata) deve essere riservata al servizio al calice. Il diacono, infatti, nella celebrazione eucaristica è ministro del calice.

Pertanto è suo dovere far sì che anche a tutti i fedeli venga distribuita la Comunione sotto le due specie, quando i “Principi e norme per l’uso del Messale Romano” lo prevedono. E al riguardo va ricordato che la CEI ha notevolmente ampliato questa possibilità rispetto ai 14 casi previsti dal n. 242 dei PNMR. In proposito è interessante notare la natura, per così dire, “sostanziale e generale” di tale estensione, dal momento che la Comunione sotto le due specie è consentita anche: “in occasione di celebrazioni particolarmente espressive del senso della comunità cristiana raccolta attorno all’altare” e certamente lo è ogni Eucaristia.

Infine il suo servizio della carità si esprime promuovendo e animando soprattutto tutte quelle iniziative che rappresentano una forma di attenzione alle povertà esistenti sul territorio, animazione rivolta specialmente verso tutti coloro che celebrano la medesima Eucaristia.