Letture festive – 126. Acqua – Battesimo di Gesù – Anno B

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

Battesimo di Gesù – Anno B – 7 gennaio 2024
Dal libro del profeta Isaìa – Is 55,1-11
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo – 1Gv 5,1-9
Dal Vangelo secondo Marco – Mc 1,7-11


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letture festive 126

Nel passo di Isaia l’acqua, uno degli elementi più importanti per la vita sul nostro pianeta e più densi di simbolismo, tanto per con Dio quanto per senza Dio, l’acqua dunque viene accostata e quasi sovrapposta alla parola divina. Si tratta di una parola alla quale si è invitati ad abbeverarsi attraverso l’ascolto e che viene offerta gratuitamente, insieme al cibo, anche ai poveri. Questi possono così fare a meno di cibi che sarebbero eccessivamente costosi, ma soprattutto incapaci di nutrire e dissetare davvero la vita. L’acqua, trovandosi allo stato liquido, tende a scorrere e diffondersi ovunque non venga contenuta o fermata. In modo analogo la parola divina, pur scaturendo dall’esperienza del popolo dell’alleanza, tende ad espandersi fino a raggiungere popoli e nazioni lontane per essere offerta anche a loro. La lontananza poi non riguarda solo le genti straniere e pagane, ma anche chi, facendo parte del popolo eletto, si è allontanato dalle fonti della salvezza. Senza Dio e con Dio sono quindi invitati a cogliere la vicinanza di parole gratuitamente offerte come un’opportunità per allontanarsi da vie inaridite e avvicinarsi a dove possono trovare ristoro dissetante. Questo ristoro consiste nel perdono che la parola divina offre precisamente perché proviene da vie e da pensieri elevati, che non sono quelli delle bassezze umane. Si tratta però di pensieri e vie divine che, pur sovrastando da lontano pensieri e vie umane, non per questo intendono creare una distanza o mantenere una lontananza. Al contrario, l’acqua ritorna qui come metafora di una parola che proviene dall’alto sotto forme diverse, come lo sono la pioggia e la neve, ma che trova il suo senso, la sua destinazione e il suo scopo non in cielo ma sulla terra. È qui, infatti, che la parola deve irrigare il terreno delle esistenze umane, con Dio o senza Dio, perché queste possano essere fecondate e produrre germogli. Da questi germogli si attende pane per il nutrimento dell’oggi e nuova semente perché la vita possa continuare anche nel domani di esistenze capaci, a loro volta, di ascoltare parole dissetanti e nutrienti.

Questo passo della prima lettera di Giovanni sembra presentare l’acqua come elemento centrale dinamico e propulsivo di un duplice e vertiginoso movimento: un movimento a spirale o a cascata o anche in risalita, che caratterizza da una parte l’amore e dall’altra la testimonianza, un movimento che invita il lettore con Dio o senza Dio a lasciarsi muovere e coinvolgere a propria volta. Il primo movimento descritto dall’autore della lettera è quello dell’amore, collegato alla fede, all’osservanza dei comandamenti e alla vittoria sul mondo. Il secondo movimento è quello della testimonianza, collegato allo Spirito, alla verità, a Dio, a suo Figlio, ma anche agli uomini e al sangue. Li si potrebbe vedere come movimenti a spirale nel senso che incontrano e collegano, ripetutamente e a livelli diversi i punti che vengono toccati. Ma anche come movimenti a cascata o anche in risalita, per il fatto che alternano dinamiche rivolte verso il basso a dinamiche rivolte verso l’alto L’autore della lettera riprende temi e linguaggio del Quarto Vangelo e perciò non è un caso che l’acqua e il sangue siano gli stessi che, nella descrizione giovannea, scaturiscono dal corpo del crocefisso. Se poniamo l’acqua al centro dei movimenti descritti nella lettera ne possiamo cogliere una caratteristica decisiva: il suo essere acqua necessaria ma, allo stesso tempo, insufficiente, perché deve essere associata con qualcosa d’altro. Qui l’acqua non scaturisce da sé ma viene portata da Gesù Cristo, il quale viene “non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue”. La testimonianza poi, per essere giuridicamente valida nel mondo dell’autore neotestamentario, richiede di essere data in modo concorde da tre, non solo l’acqua ma anche lo Spirito e il sangue. In quanto lettori di questa pagina battesimale siamo forse invitati, come con Dio o come senza Dio, a riconoscere nell’acqua quel necessario ma non sufficiente che, perché si diano amore e testimonianza, deve essere integrato anche da altro e deve rimanere in una relazione dinamica con tutti gli elementi che compongono la nostra esistenza credente. Si potrà scoprire così che ogni realtà cristiana ed ecclesiale – dalle Scritture bibliche, alla vita comunitaria, ai sacramenti, all’annuncio evangelico – è, come l’acqua, realtà necessaria ma non sufficiente.

Nella scena del battesimo di Gesù raccontata dall’evangelista Marco l’acqua costituisce il luogo simbolico di una pluralità di transizioni, che in vari modi si ripropongono anche nelle nostre esistenze di con Dio o di senza Dio. Una prima transizione è quella dal battesimo con acqua al battesimo in Spirito Santo: la simbolica dei riti battesimali, presente in tante culture e in tante epoche, qui viene trasfigurata in un modo che la relativizza ma – nello stesso tempo – la rende ancora più universale: si passa, infatti, dall’elemento acqua, che già esprime movimento nel suo scorrere, all’elemento aria, implicito nel soffio dello Spirito, un vento capace di oltrepassare tutti i confini, compresi quelli che sembrano separare con Dio e senza Dio. La seconda transizione è quella dalla morte – dell’essere immersi e sommersi – alla vita del riemergere. Portatrice di morte e di vita, l’acqua del battesimo è quella nella quale si sperimenta, quando si viene immersi e sommersi, la morte per mancanza di aria o – potremmo forse dire – mancanza di uno spirito vivificante, per poi riemergere ritrovando finalmente respiro e vita. Si tratta di un esodo attraverso il mar Rosso e insieme di un riaffiorare della terra al ritirarsi delle acque del diluvio. La terza transizione è quella da un’oscurità silenziosa, che può risultare mortale, a una visione che offre ispirazione e in modo eloquente comunica amore. Quando ci si trova sott’acqua, udito e vista risultano spesso attutiti se non addirittura impediti, mentre una volta usciti dall’acqua, come il Gesù dell’evangelista Marco, i cieli che sembravano chiusi si aprono per lasciar vedere l’arrivo di una colomba che annuncia lo Spirito, mentre si può finalmente ascoltare la voce di chi dichiara di volerci bene e di avere stima nei nostri confronti, tanto se siamo dei con Dio quando se siamo dei senza Dio. Ma la transizione fondamentale suggerita da questo brano, una transizione che in qualche modo le riassume tutte, la possiamo forse cogliere nello stesso scorrere dell’acqua, come invito a inserirsi adeguatamente nel divenire che rende le nostre esistenze strutturalmente transitorie. Se già nell’antica Grecia il filosofo Eraclito ricorda con il suo panta rèi (cioè tutto scorre) che non possiamo immergerci due volte nello stesso fiume, molti secoli dopo l’evangelista Marco attira la nostra attenzione su alcuni aspetti di questo continuo divenire. Nel presentarci la transizione da Giovanni a un Gesù che è più forte di lui, ci mostra come il trascorrere del tempo – in questo simile allo scorrere dell’acqua – modifichi e trasformi, per con Dio e per senza Dio, prospettive, collocazioni e ruoli. La fatica drammatica – se non addirittura tragica – di questa transizione la troviamo ben espressa nella figura di Giovanni che, nell’immergere nelle acque colui che è più forte di lui, in realtà immerge anzitutto sé stesso, il proprio mondo veterotestamentario e la propria missione di precursore, in acque che ne decretano la fine e la morte, come fossero le acque del diluvio. Solo così infatti un Gesù, uno diverso da lui e più forte di lui, potrà uscire sulla terra asciutta di un nuovo mondo neotestamentario, per compiere una nuova missione. Verso questo nuovo mondo e verso questa nuova missione lo attirano un cielo dal quale vede provenire un’energia ispiratrice e una voce divina che lo dichiara ricolmato di amore. Ma a questo stesso Gesù, nel compiersi finale del suo transito, l’evangelista Marco farà pronunciare sulla croce parole che chiedono a Dio perché lo abbia abbandonato. Accettare e interpretare nel modo migliore le transizioni che in forme diverse ci coinvolgono, a volte come nuovi battezzatori e a volte come nuovi battezzati, è un compito arduo. Ma è probabilmente questo il vero battesimo che anche noi, con Dio o senza Dio, siamo invitati a ricevere, tanto nei momenti nei quali l’acqua scorre per immergerci in una qualche forma di morte, tanto nei momenti nei quali l’acqua dalla quale emergiamo scorre per indicarci dove incontrare vita.