L’APOCALISSE: nostalgia del futuro – 3^ parte

una Introduzione al libro dell’Apocalisse del biblista Antonio Nepi, esperto di Antico Testamento  e appassionato della letteratura giovannea.

  di Antonio Nepi

  1. Mysterium paschale e mysterium iniquitatis

Incontrovertibile nel NT è la lotta di Gesù contro l’Avversario.

Nell’Apocalisse il Nemico si incarna, pur trascendendolo, nello stato che si autodivinizza e nel conse­guente sistema di valori e di convivenza “babelici”. Se storicamente si identificano con l’impero Romano, nondimeno restano simboli metatemporali di ogni potere asso­luto. Pur non risparmiandoci allusioni esplicite a Roma, il nuovo Ezechiele di Patmos infatti lo “vela” anche sotto i simboli biblicamente tradizionali dell’oppressione come Sodoma, Egitto, Gerusalemme, Babilonia (Ap 11,8; 17). È un potere che, in una parodia blasfema, si arroga i diritti di Dio. La sua radice è l’idolatria, madre della violenza: idolatria intesa biblicamente come “menzogna”, non solo come scelta di altri dèi, ma deformazione dell’immagine stessa di Dio e quindi dell’uomo.

La storia appare come lo scontro tra due “Trinità” e due “città-donne”. Da una parte la Trinità salvifica (Dio, Agnello, Spirito), dall’altra l’Anti-Trinità (Drago, la Bestia, il falso profeta); da una parte la fidanzata-sposa Gerusalemme (Ap 12; 19–22), dall’altra la città-prostituta Babilonia (Ap 17;19). In gioco c’è l’appartenenza a due Signori: il «sigillo» (sfragis) dell’Agnello e il «marchio» (kharagma) della Bestia. È l’opzione tra due “sapienze”, tra due poteri, tra due “profezie”, la prima che si fa servizio per e con l’uomo, la seconda che lo schiavizza. La seconda dispiega il suo fascino; ma senza il marchio non si può comprare, non si può far parte della vita “babilonese”. Apparente vantaggio, in realtà è dipendenza, mentre il sigillo (che richiama il Battesimo) è libertà.

Nei settenari progressivi di sigilli, trombe e coppe, la storia sembra segnare il trionfo del male; in realtà Dio ha dimostrato nella Pasqua che è più potente del male e il male non ha futuro. Nel contempo i settenari rappresentano i giudizi immanenti di Dio, gli “avvertimenti” che Egli fa finalizzati alla conversione. Biblicamente «l’ira di Dio» è l’effetto concreto negativo nella storia delle scelte degli uomini che rifiutano il suo progetto; simultaneamente è l’altra faccia del suo amore che prosegue il suo progetto, che offre, nella disfatta delle idolatrie (o ideologie) umane, la penultima pos­sibilità di salvezza. In gioco c’è la libertà dell’uomo, che può scegliere questa salvez­za oppure rifiutarla, condannandosi da solo all’autodistruzione. La comunità ecclesia­le è chiamata a cogliere questi “giudizi” nella loro valenza positiva, a individuare le varie maschere del demoniaco, le strutture in cui esso si incarna, a denunciarne e rifiu­tarne ogni forma seducente di sponsorizzazione e manipolazione idolatriche. In questo senso l’Apocalisse suona stupenda e sana critica “politica” di ogni potere che si erge, “scimmia di Dio”, al posto dell’unico Sovrano della storia; non giudica il mondo per­ché è anticristiano, ma perché è antiumano. Urla contro corpi svenduti, lavori a basso costo, ricchezze ottenute sulla pelle dei poveri, megalomanie di città, poteri contrattuali, omicidi, corruzione della giustizia e dei consumi, la “dolce vita”.

La strategia del profeta di Patmos mira a mettere in guardia contro il fascino, l’ammirazione per la realtà e l’ideologia imperiale e il modello di società che lo sostiene ed è da esso sostenuto. Rispetto a Paolo, in cui la critica dell’impero romano è molto più morbida, anche se vede Roma come la quarta bestia della visione di Daniele, l’Apocalisse già respira ed anticipa il pericolo. Il libro risulta crivellato da drastici imperativi contro ogni adeguamento, fusionalità o consenso. Questo giudizio va compiuto dalla Chiesa, non soltanto ad extra, riferito a nemici esterni, ma ad intra, nel proprio stile, che non deve soccombere alla riproduzione di logiche e dinamiche imperialistiche. Per chi non è vittima della persecuzione – caso della maggioranza dei credenti – non è facile resistere alla seduzione dell’impero. Si pensi ai fasti dei culti imperiali, ai giochi circensi, alla magnificenza delle architetture, all’aspirazione di assurgere a ranghi sociali più elevati e più agiati. Nel caso di vittime di persecuzione ci può essere un forzato cedimento, ma anche un positivo serrare le fila. Ciò porta ad una “diabolizzazione” della struttura imperiale (Ap 13 e 17–18).

Questa diabolizzazione non trae origine da un delirio paranoico o da sfrenate speculazioni apocalittiche. Giovanni percepisce e denuncia la pretesa totalizzante ed idolatrica di Roma o di qualsiasi potere che le subentrerà. L’adorazione della immagine della bestia (Ap 13,13) non riguarda soltanto i martiri che hanno testimoniato con il sangue la loro fedeltà, ma tutti coloro che resistono alla potenza e alla violenza repressiva dei romani. La denuncia è profonda, perché rintraccia le radici di questa violenza non solo nell’orgoglio umano, ma in una sottomissione a forze diaboliche misteriosamente presenti nella creazione. La profezia apocalittica giovannea si erge contro ogni Cesare che pretende di coartare ed omologare il mondo e l’esistenza di ogni essere umano nei confini e nelle regole dell’ordine romano.

La confessione di fede diventa quindi un atto politico. Si tratta di interpretare il mondo per ricrearlo, di una rilettura religiosa e filosofica. Per farlo, ricorre al linguaggio simbolico, l’unico a trascendere il fenomeno e l’istituzione consolidata. Il potere di Roma dice che, in fondo, “questo, cioè il suo mondo, è il migliore dei mondi possibili, anzi che non esiste un altro mondo”. Come detto, è il mondo della Pax romana come unico modello valevole. Sta qui la seduzione, l’illusione della Bestia-Prostituta-Babilonia.

Ci limitiamo a tre testi esemplari, con cui l’Apocalisse invita la comunità di sempre ad una lettura socio-politico-religiosa in situazione.

Ap 13: viene presentata l’Anti-Trinità: (il drago = Satana; la prima bestia = il potere imperiale; la seconda bestia = la propaganda per il culto imperiale, o falso profeta). Il falso profeta cerca di convincere l’umanità a prostrarsi a Satana e al suo agente terre­stre, l’impero romano, qui simboleggiato dall’enigmatico numero 666, che nella gematria (procedimento per cui le lettere esprimono le cifre) potrebbe corrispondere a “Nerone Cesare” (si ricordi la leggenda di Nerone che sarebbe “risorto”, tanto che Domiziano era considerato da alcuni Nero redivivus o redux; 13,14). Infatti secondo la gematria: Q (qof) = 100 (ricordando che Q corrisponde a K); S (samekh) = 60; R (resh) = 200; N (nun) = 50; R (resh) = 200; O (waw) = 6 (ricordando che, in realtà, la O è una consonante); N (nun) = 50. Quindi ksr nrwn = Cesare Nerone.

In realtà decifrare il 666 è davvero arduo. La proposta più logica resta quella di leggere Nerone Cesare, sebbene altri vedano Lateinos (Latino) e altri Titano. In qualche manoscritto cambia persino il numero (616).

Ciò che resta è che il “6” è incompletezza: per cui “3 volte 6” è il massimo dell’incompleta potenza. Pochi sanno, invece, che Gesù porta il titolo di “re dei re”, che corrisponde a 777, ovvero il massimo della potenza!

Lo pseudoprofeta, com’era usuale nelle tecnologie liturgiche dell’epoca ben documenta­te, “anima” una statua (Ap 13,15). Qui l’idolatria, a differenza dell’AT (cf. Sal 115,5), ha “voce”, sfrutta i media, i canali informativi e visivi dell’epoca (statue, palazzi, numismatica) per orchestrare l’adorazione dello stato. Ad esempio, in una moneta Roma è adagiata su sette monti (septimontium).

Non sembra esserci la “par condicio” per i seguaci dell’Agnello e della Bestia. In una sorta di tragica parodia essa si presenta come l’Anticristo: esercita il potere dell’Agnello, ma in realtà parla il linguaggio del Drago. Segna le persone con un «marchio», che porta ad una vita regolata solo da leggi di mercato (v. 17). La comunità in ascolto è chiamata ad un discernimento su un duplice fronte, perché, nel simbolo, l’attività del falso profeta può alludere sia ai funzionari della propaganda imperiale, ma anche ai falsi profeti cristia­ni (cf. Balaam, Nicolaiti, Gezabele), sulla linea del noto testo di Mc 13,22: «Verranno falsi cristi e falsi profeti sorgeranno e faranno segni e portenti». Non ci si muove solo nel versante dell’oralità, ma anche della scrittura, della cospicua produzione letteraria (the fake-books).

Ap 17: viene presentata «Babilonia», nome simbolico con cui il giudaismo rab­binico chiamava Roma; è «città» e «prostituta», in antitesi al «deserto» e alla «città» di Dio. «Prostituta» è un linguaggio politico ed economico, prima che morale. Prostituirsi significa fare inciuci politici, instaurare un sistema di vita e di relazione in base alla legge del vendi/compra. Inoltre la Prostituta (nell’originale greco il termine è più forte…) è essenzialmente simbolo di corruzione, perversione. È l’immagine femminile della città (“metro-poli” significa “città madre”). Tutto è impostato sul denaro, perché la vita è emporio frenetico, sotto il controllo dell’occhio poco fratello dei potenti: le vite umane vengono per ultime.

La Babele-torre di Gn 11 era caratterizzata dall’omologazione: un uomo solo al comando a cui si obbedisce (= una sola lingua), perdita delle varie identità linguistiche e culturali, per una assimilazione asettica e della potenza vincente (l’inglese?), preoccupazioni per il mattone che si perdeva o rompeva nella costruzione, anziché per le morti bianche…

Babilonia è sempre in agguato, anche all’interno o nell’ombra di Gerusalemme…

Questa grande citta è dunque il paradigma di un sistema fondato unicamente sull’attività economica e sul­l’ingiustizia sociale, sull’autosufficienza arrogante, sul primato del profitto, sul look, sulla violenza militare e sociale, sulla magia. Sono realtà che si riassumono nel disprezzo e nella manipolazione della dignità umana (in Ap 18,13 la vita delle persone è all’ultimo posto in una classifica consumistica…).

L’autore sottolinea la immanenza autodistruttiva di questa società, in cui non c’è posto per i poveri e i non allineati con la logica dominante. Dio, il «giusto» (16,5), rivendica i loro diritti: il giudizio di Babilonia è l’intervento di Dio come “parte lesa”. Anche qui, confrontandosi, la comunità ecclesiale è chiamata ad estirpare dal mondo e da sé le opzioni e le strutture di Babilonia.

Ap 12. La Chiesa è presentata, nella sua realtà trascendente e terrena, come «donna», madre che «genera Cristo» (Gal 4,19) in un travaglio doloroso. Essa deve affrontare un antagonista dissacrante, che però, ironicamente, si rivela impotente. La Chiesa vive il suo esodo, nutrita dalla Parola e dall’eucaristia nel deserto, simbolo dell’essenziale, dell’assoluta dipendenza amorosa da Dio, del continuo ritorno alle moti­vazioni originarie, della protezione, ma non preservazione dalla “prova”. È il tempo dell’oggi in cui il popolo di Dio deve crescere per contribuire alla formazione di quel Cristo totale che realizzerà in pieno la salvezza alla fine della storia. (cf. Ef 4,13).

Ap 21. La Nuova Gerusalemme-sposa. L’immagine è quella escatologica, che però Dio sta “amando” e “costruendo” nell’oggi, nella continuità salvifica del Primo e del Secondo Testamento. È l’umanità che vive la piena comunione, è il mondo unito trasformato in un gigantesco «santo dei santi» (lRe 6,20). Attraverso la teologia esteti­ca delle pietre preziose (che non sono superflue come per la prostituta Babilonia, ma sono «fondamenti» della città di Dio) si vuole descrivere il popolo di Dio nella sua armonica varietà/unità di carismi, che brilla non di luce propria, ma della la stessa bel­lezza di Dio. In questa tensione verso l’unità, la «fidanzata» in ascolto è invitata a veri­ficare se sta vivendo questa fedeltà nuziale e si sta lasciando costruire fin d’ora da Dio.

Il libro si chiude con questa visione attesa: è una profezia – lo ripetiamo – gioiosa. Il senso ultimo della storia è che Dio è entusiasta del mondo, lo sta trasformando. L’aveva capito Lutero, quando, contro una certa interpretazione medievale pessimisti­ca, parlava del libro come “danza” di Dio che sta creando. È questa l’apocalisse che l’umanità attende: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e la terra, giocherà con il sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, tutte le creature proveranno finalmente allora un amore immenso, una gioia lirica, e rideranno con Te, Signore, e Tu, a tua volta, riderai con loro».

  1. Excursus

L’Apocalisse è stato un libro variamente strumentalizzato, ma al di fuori della Chiesa, tranne frange interne ma eretiche e millenariste.

I movimenti cristiani moderni sono concentrati nel XVIII e XIX secolo e comprendono l’ascesa di religioni apocalittiche come gli Avventisti, i Davidiani, i Mormoni e i Testimoni di Geova (questi ultimi carichi di errori macroscopici, vedi il numero dei 144.000, puntualmente contraddetto due versetti dopo da: «una moltitudine immensa»; dunque non pochi eletti, ma tutti). Meno noti sono la “Casa di Yhwh” (“The House of Yahweh”) e i Cristadelfiani.

Lasciamo da parte il millenarismo medievale che ritroviamo nel “Nome della rosa” di U. Eco.

L’Islam possiede i propri movimenti, in particolare la fede nell’Imam “atteso” o “nascosto” della comunità sciita. Nel XIX secolo si riporta un credo che aveva preso a circolare presso la comunità sunnita, per il quale sarebbe presto giunto il Messia promesso, sia per i cristiani, sia per i musulmani. Molti di questi furono Jihādisti, come Muhammad al-Mahdi, Muhammad Ahmad del Sudan e Usman dan Fodio dell’Africa occidentale, che coniugarono la pratica politica alle loro convinzioni mahdistiche. In arabo mahdi significa “ben guidato da Dio” ed era un leader maestro dai tratti escatologici. Alcuni di questi mahdi successivi, compresi Mirza Ghulam Ahmad e l’Ayatollah Seyyed Ruhollah Khomeini, furono principalmente riformatori religiosi.

Di recente si è assistito ad una ripresa del movimento dei Jihādisti, come Osama bin Laden di al-Qā’ida, quasi esclusivamente politici.

La profezia del Messia promesso all’inizio del XIV secolo per la maggior parte dei musulmani è stata sostenuta solo da Mirza Ghulam Ahmad, ma il punto di vista della maggioranza venne raccolto dall’Università di al-Azhar del Cairo e dalla Scuola Deobandi di Scienze Islamiche in India, che rifiutarono Mirza Ghulam Ahmad perché eretico, in quanto si definiva “profeta” (l’Islam ritiene che Muhammad sia stato l’ultimo profeta) e “messia” (un titolo che l’Islam riserva a Gesù Cristo).

*****************************************

Bibliografia ragionata

  1. Corsini, Apocalisse prima e dopo, Marietti, Torino 1980.
  2. Vanni, Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna 1988.
  3. Giblin, Apocalisse, EDB, Bologna 1993.
  4. Biguzzi, Apocalisse, I Libri Biblici 20, Paoline, Milano 2005.
  5. Doglio, L’Apocalisse, Milano 2012.
  6. De Luca, Apocalisse. La soluzione dell’enigma, Napoli 2013.
  7. Belano, Apocalisse. Traduzione ed analisi filologica, Aracne, Roma 2013.

J.M. Poffet, Éclats d’esperance. L’Apocalypse, Paris 2024

 

Monografie scelte e sintesi teologica d’insieme

  1. Bauckham, La teologia dell’Apocalisse, Paideia, Brescia 1994.
  2. Chester – R.P. Martin, La teologia delle lettere di Giacomo, Pietro e Giuda, Paideia, Brescia 1998.
  3. Marconi, Narrare l’etica, Paoline, Milano 2005.

R.A. Pérez Marquez, L’Antico Testamento nell’Apocalisse, Cittadella, Assisi 2010.

      1. Manunza, La liturgia dell’Apocalisse come “Actio Liturgica” cristiana, AnBib; Roma 2012.
      2. Di Giorgio, Il Mistero di “Babilonia la Grande” e della sua caduta nell’Apocalisse, Cittadella, Assisi 2016.
      3. Piazzolla, Il Cristo dell’Apocalisse, EDB, Bologna 2020.