Letture festive – 40. Preoccupazioni – 18a domenica del Tempo Ordinario Anno C

Briciole dalla tavola. Vangelo per senza Dio

di Alberto Ganzerli

18a domenica del Tempo Ordinario Anno C – 31 luglio 2022
Dal libro del Qoèlet – Qo 1,2; 2,21-23
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési – Col 3,1-5.9-11
Dal Vangelo secondo Luca – Lc 12,13-21


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letture festive 40

Il disincantato autore di Qoèlet vede qualsiasi tipo di preoccupazione come un inutile e inconcludente girare a vuoto. Il suo approccio non nega il fatto che vi sia chi lavora con sapienza, scienza e successo, ma evidenzia come il frutto di questo lavoro venga poi lasciato a chi non vi ha faticato. La domanda riguarda il profitto delle fatiche individuali, che non vengono mai pienamente ripagate. Nonostante ogni fatica e ogni impegno, infatti, i giorni dell’uomo rimangono principalmente segnati da dolori e fastidi penosi, che non lasciano riposare il cuore umano neppure di notte. Per questo ogni esperienza umana viene vista nel suo essere come risucchiata in un vortice di vuoto privo di significato e di valore. La possibilità che, ad esempio, possa avere un senso faticare a favore di altri o di chi verrà dopo non viene neppure presa in considerazione. Il male che viene deplorato finisce quasi per coincidere – egoisticamente – con l’impossibilità di accumulare per sé, di ricavare per sé un profitto proporzionato alle proprie fatiche. Ogni tipo di preoccupazione, qualunque cosa o persona riguardi, qualunque sia la motivazione che la muove, ricade sotto un giudizio nichilistico che tutto vanifica e a cui nulla può sfuggire. L’apostolo Paolo tratta del tema della preoccupazione in modo radicalmente diverso, perché contrappone preoccupazioni vane e dannose a una forma di preoccupazione buona e utile. Se le preoccupazioni vane e dannose sono quelle rivolte alle cose che Paolo chiama della terra, la preoccupazione buona e utile è – al contrario – quella che si manifesta nel cercare e nel rivolgere il pensiero alle cose di lassù. Questa contrapposizione espressa da Paolo nella simbolica spaziale delle cose della terra e delle cose di lassù, è stata spesso interpretata dalle forme di spiritualità cristiana come l’invito a prendere le distanze da ciò che è proprio della concretezza umana, nella sua quotidiana materialità, per cercare la dimensione religiosa del divino attraverso la fuga e il tentativo di rifugiarsi in una terra altra, un mondo ultraterreno appunto rispetto a quello in cui viviamo, in un tempo altro, eterno e fuori dal tempo in cui viviamo, in una vita altra, contrapposta a quella che viviamo. In realtà Paolo collega queste alterità positive all’essere risorti con Cristo. È quindi il modo di interpretare l’essere risorti con Cristo che determina il carattere terreno o celeste, incarnato o disincarnato, temporale o eterno, della spiritualità cristiana. Se l’essere risorti viene collocato fuori dal mondo e alla fine del tempo, ogni preoccupazione terrena, mondana e temporale finisce per risultare inutile e dannosa. Se invece l’essere risorti indica un modo nuovo di abitare la terra e il tempo, allora può esservi anche un modo positivo e utile di preoccuparsi. Quando lo sguardo evangelico sulla realtà – così potremmo intendere il rivolgere il pensiero alle cose di lassù di cui parla Paolo – quando questo sguardo evangelico sulla realtà viene fatto proprio dai cristiani, con Dio e senza Dio, allora questi stessi cristiani possono diventare capaci di guardare in modo nuovo e trasformativo questa terra, questo tempo e questa vita. Il passo evangelico parte dal rifiuto di Gesù di esprimere un giudizio sulla controversia tra fratelli preoccupati per un’eredità oggetto di contesa, ma il loro litigio diventa occasione per una parabola sulla necessità di tenersi lontani dalla cupidigia e dalla preoccupazione ossessiva per il denaro e per i beni materiali. Il protagonista della parabola non ha appreso la lezione di Qoèlet, secondo il quale non ha senso impegnarsi per ciò che non riesce a ripagare le proprie fatiche, per ciò che la potenza della morte può vanificare in ogni istante. La lezione evangelica, tuttavia, non coincide con quella di Qoèlet, perché la vita, che pure non dipende da ciò che si possiede, ha tuttavia un valore e perché esistono tesori e ricchezze che hanno valore, purché siano quelle che, nel linguaggio dell’evangelista, sono tali presso Dio. L’evangelista Luca, re-interpreta la sapienza solo parzialmente valida di Qoèlet alla luce dell’insegnamento di Paolo sulle buone e cattive preoccupazioni. Si tratta infatti, come direbbe Paolo, di occuparsi e preoccuparsi delle cose di lassù o, come direbbe Luca, di ciò che fa arricchire presso Dio, cioè di riconoscere valore a un modo evangelico di vivere e di gestire il denaro e i beni di questo mondo dotati di valore economico, che non li faccia diventare lo scopo del vivere stesso e che non riconosca loro l’autorità di governare le esistenze umane, secondo quella che appare invece una loro tendenza intrinseca. La saggezza, secondo Paolo e Luca, non è quella disincantata, nichilista e ultimamente egoista di Qoèlet, che non si preoccupa di nulla e di nessuno a parte sé stesso, ma quella di chi sa riconoscere e seguire ciò per cui vale davvero la pena di spendere vita e averi, non solo per sé ma anche per altri, sapendo che in questo modo la morte, improvvisa o attesa, non potrà vanificare ciò che ha costituito la preoccupazione buona di una vita ben spesa.